Faceva incontrare cultura alta e bassa in un universo pittorico pieno di scaramantici teschi e graffiti. Jean-Michel Basquiat ha aperto la grande stagione dell'arte metropolitana

Il suo quadro preferito era Guernica e, prima d’incontrare Warhol, aveva passato molto tempo a studiare le opere di Picasso, di Van Gogh, De Kooning e Pollock. Ma la forza di Basquiat non veniva solo dallo studio. Anche se aveva letto molto ed era poliglotta. La sua forza irresistibile veniva da uno stile primitivo e di strada, capace di far incontrare il segno potente dei graffiti dell’arte rupestre con la vita metropolitana e newyorkese.  Uno stile “selvaggio” capace di dare vita a intense forme di poesia concreta. Timido, silenzioso, e insieme dirompente, l’artista scomparso nel 1988 a soli 27  anni, ancora oggi, è fra i più amti dal pubblico giovane.

Il Mudec di Milano gli rende omaggio con una mostra curata da Gianni Mercurio del Moca di Los Angeles e dal critico e curatore Jeffrey Dietch, che fu amico dell’artista con il contributo di 24 Ore Cultura che pubblica il catalogo. Dopo la storica restrospettiva alla Triennale, dal 28 ottobre a Milano si possono vedere 140 opere di Jean-Michel Basquiat  di grandi dimensioni, ma anche disegni e fotografie. Un percorso cronologico che  riporta in primo piano il periodo più fertile del suo lavoro, tra il 1980 e l’87, realizzato con opere dalla collezione  di Yosef Mugrabi. Mentre le quotazioni di Basquiat continuano a salire (presto andrà all’asta anche il quadro appartenuto a David Bowie, di cui la moglie Imam ha deciso di disfarsi) il Museo delle Culture di Milano, fino al 27 febbraio 2017, invita a rileggere la sua opera dal vivo e  e  ad approfondire in modo critico il suo percorso folgorante.
Iniziato, come racconta la prima sezione della mostra milanese, quando non aveva nemmeno 18 anni, nel 1978, con un’intervista di Glenn O’Brien su una delle mille tv via cavo e no budget della New York di quegli anni. Il giornalista era stato attratto dai graffiti firmati Samo ©, dai suoi versi e aforismi ironici, poetici, innervati di critica sociale, che Basquiat aveva tracciato sui muri di Soho. Samo© era un nome collettivo che, all’epoca includeva anche Al Diaz, e le opere che produceva avevano già l’energia incontenibile di Basquiat, capace di intercettare la corrente impetuosa della vita di Soho o dell’East Village, multiculturale e multirazziale abitati da pachistani, indiani, coreani, haitiani, portoricani. Una fucina culturale e creativa perfetta per i giovani artisti  squattrinati.

Nel 1981 la prima personale in Italia, organizzata da Emilio Mazzoli a Modena. in quel periodo Basquiat comincia a cambiare stile, che diventa più voloce e incisivo, usando anche lo spry. “Quella di Jean‐Michel Basquiat è una pittura drammatica, alimentata dall’orgoglio del proprio essere nero dall’affermazione e dalla difesa dei valori etici e morali che si possono riscontrare nella cultura degli afroamericani. – scrive il cocuratore della mostra Gianni Mercurio – L’energia e la determinazione con cui egli ha affrontato questi temi sia sul piano dei contenuti sia su quello del linguaggio fanno sì che la sua sia un’arte epica, che ha aperto la strada agli artisti neri che sono venuti dopo di lui”.

Le testimonianze – in particolare quella intensa e schietta di Jennifer Clement, ora pubblicata da Electa storie con il titolo La vedova Basquiat –  ci dicono di un giovane uomo, amatissimo dalle donne, che sapeva cogliere stimoli e modelli dalla cultura di strada e che leggeva Kerouac, sapeva di jazz, conosceva la storia dell’arte. Questo mix inedito, in cui tuttavia gli afroamericani erano ancora emarginati, (anche se ricchi) emerge potente dai suoi lavori. Che tuttavia hanno sempre una cifra molto personale nel mescolare cultura “alta” e cultura di strada, dando vita a uno stile Basquiat che in tanti poi hanno cercato di imitare e di emulare.  Opere come grandi murales in cui ritmicamente tornano alcuni “segnali”: l’ uso della cancellazione per evidenziare un dettaglio, uso di materiali extra artistici, parole ossessivamente ripetute. Tanto che per lui si è parlato di pittura rap. E poi teschi, scheletri, maschere ghignanti prestate dalla mitologia caraibica, pittogrammi, frasi celebri ironicamente riviste  del tipo “Vidi, vici, vini” per raccontare l’Italia idiomi che raccontano la furia di vivere i un’intera generazione. E di quella fragilità che lo portò a perdersi nella Factory di Warhol e nella droga. Fantasmi che le sue pitture tribali  apotropaiche non esaltano, ma al contrario vogliono scacciare.

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