«Il problema qual è?», chiede il prete ai due genitori di Damiano posando la mano destra sul capo del ragazzino 11enne, muto e tremante di fronte a lui. «A scuola non vuole andare, tratta male la maestra, sputa, tira cose», biascica il papà con una inequivocabile inflessione siciliana, la stessa del prete, e aggiunge: «Fa queste cose strane che una persona non fa. Sembra che ha dentro il diavolo». «La famiglia vive la fede?», insiste il sacerdote con voce stridula. L’uomo e la donna farfugliano qualcosa e poi: «No». «Ecco, questo è» dice sbrigativo l’uomo che indossa un saio marrone. «Non ce la dobbiamo prendere con i bambini. A casa entra il demonio e poi disturba i più deboli, i bambini, quando i più grandi non stanno in grazia di Dio. Portatemelo venerdì pomeriggio». «Ma allora perché fa così?» piagnucola la madre. «Allora non abbiamo capito niente! Lo vuole sapere? Il disturbo è partito da lei! La mamma deve essere una donna di fede». Padre Cataldo è un esorcista ed è il protagonista di Liberami, folgorante documentario di Federica Di Giacomo, fresco vincitore al Festival del cinema di Venezia nella sezione Orizzonti e dal 29 settembre nelle sale italiane (co-prodotto da Mir Cinematografica e Rai Cinema).
La scena descritta è stata ripresa dalla regista nella canonica della chiesetta alla periferia di Palermo dove quotidianamente decine di persone si mettono in fila per prendere un appuntamento con padre Cataldo, nella speranza di ottenere un esorcismo o di far esorcizzare un parente, molto spesso una donna o un bambino. Ogni martedì ad alcuni di loro è concesso di seguire la messa di liberazione. C’è chi partecipa con cadenza regolare. Alla fine della funzione la chiesetta si trasforma in una sorta di ospedale da campo con gente che si contorce, urlando con voce alterata frasi sconnesse, sputando e sbavando. Trattenuti a stento da familiari e inservienti del sacerdote. Padre Cataldo si muove con calma quasi gelida, pronunciando con voce monotona le formule ecclesiastiche per scacciare «il male» dai posseduti. Appare inscalfibile di fronte alla sofferenza di queste persone che credono all’esistenza del diavolo. A un certo punto gli squilla il cellulare ed esegue un esorcismo al telefono. Si ode dall’altro capo la voce isterica di Satana che non se ne vuole andare dalla sua preda.

A Federica Di Giacomo, che è anche antropologa, l’idea di raccontare senza filtri la realtà di un rito ancora oggi radicato nel nostro Paese, da Sud a Nord senza soluzione di continuità, è venuta quasi per caso. «Nel 2014 – racconta a Left – giravo per la Sicilia alla ricerca di storie per realizzare un film sulle ossessioni umane in tempo di crisi economica. Mi ritrovai per le mani un depliant sul Corso di formazione per esorcisti a Bagheria. Mi sembrò una cosa folle ma pensai che potesse essere utile alle mie indagini, quindi mi sono accreditata come giornalista. Entrai in un mondo che, come tanti di noi, pensavo esistesse solo nell’immaginario cinematografico. Incontrai un prete che mi introdusse ad alcune messe di liberazione. Fino a quel momento come tanti avevo visto un esorcismo solo al cinema…

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