Aeham Ahmad, prima che scoppiasse la guerra era solito girare in bicicletta per le strade affollate di Yarmouk, andare con gli amici a fare due chiacchiere in qualche caffé della zona, dare lezioni di piano, passeggiare con sua moglie. Yarmouk è un campo profughi palestinese a sud di Damasco nato dopo la Nabka, l’esodo palestinese, del ’48. Ma Yarmouk non è solo questo, è anche il simbolo dell’orrore che ha travolto la Siria con l’arrivo della guerra civile da un lato e l’avanzata di Isis dall’altro, delle barrel bomb lanciate dal governo di Bashar al-Assad contro i ribelli e delle decapitazioni e atrocità portate da Daesh. Soprattutto della complessità della Siria, sempre più dilaniata dalle fazioni. Qui infatti hanno lottato per il predominio sul territorio Hamas, gli affiliati di al-Qaeda, i ribelli siriani, il governo di Assad, i miliziani di Isis. Eppure per Aeham questo campo profughi a sud di Damasco, prima di essere un perfetto esempio da manuale di geopolitica, era soprattutto e nonostante tutto, casa. La sua vita scorreva tranquilla, certo c’erano delle difficoltà, ma lavorava con il padre, un violinista cieco, nel loro negozio di strumenti musicali. Studiava e suonava il suo pianoforte, si era sposato e aveva avuto dei figli. E se è vero che in effetti non aveva una Nazione della quale dirsi cittadino, proprio il padre gli aveva spiegato che: «Il nostro Paese è la musica».

Poi è venuta la guerra. Aeham la ricorda bene la prima volta che un jet del governo siriano ha bombardato Yarmouk: era il 16 gennaio 2012 e ricorda bene, fin troppo, anche tutto il resto, «la follia della guerra, il sangue, i morti». Ma il suo Paese è la musica, si dice come un mantra, e allora non si dà per vinto: trascina il suo pianoforte in strada fra le macerie e suona, qualche ragazzo comincia a cantare, nasce una specie di complesso e, paradossalmente, quella musica, anche se non riesce a coprire il rumore delle bombe, a ricostruire le case o riparare l’ospedale da campo andato distrutto, diffonde un briciolo di entusiasmo e di speranza fra la gente. Ricorda a tutti per un attimo com’era Yarmouk prima della guerra.

«Era la mia piccola rivoluzione, un tentativo di contrastare l’orrore», ci racconta Aeham al telefono «una rivoluzione musicale per restituire alle persone almeno un po’ di speranza, un po’ di forza. Eravamo assediati, mancava tutto… non avevamo acqua, cibo, cure, le persone morivano a centinaia. Ma la speranza era fondamentale per andare avanti, per noi, ma soprattutto per i nostri bambini» e mentre parla sentiamo all’improvviso in sottofondo irrompere una voce e chiamare «papi…». Niente poteva riuscire a rendere più chiaro il racconto del nostro pianista. «A un certo punto siamo stati costretti a fuggire. Volevamo restare, abbiamo lottato in tutti i modi per restare in Siria…»

L’intervista continua su Left in edicola dal 30 dicembre

 

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