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«Racconto l’emigrazione, do voce al migrante, ma in questo mio libro di poesie, Migrazioni, do spazio anche alle cose quotidiane, in tono ironico, con passione, con tutta la passione che mi posso permettere, a modo mio». Carmen Yáñez ha attraversato e condiviso lo stesso destino, la stessa condizione allargata di esperienza e conoscenza di molti esuli del passato: per salvarsi dalla dittatura di Pinochet, nel 1981 ha dovuto lasciare la sua terra, i suoi affetti, la sua famiglia e cominciare il lungo viaggio dell’emigrato, vivere con coraggio le stesse sofferenze, convivere con le stesse speranze e delusioni. Come ci racconta in questa intervista riuscì a tornare in Cile dopo tantissimi anni ma solo per riabbracciare i suoi cari. Dal 1997 vive in Spagna con il suo compagno, lo scrittore Luis Sepúlveda, anche lui esiliato dalla repressione fascista responsabile del golpe contro Salvador Allende. L’abbiamo incontrata in occasione della presentazione di Migrazioni, uscito in Italia per Guanda, che si è è tenuta a Milano l’8 marzo nell’ambito della rassegna Tempo di libri.

I migranti di oggi fuggono dalla fame, dalla miseria, e come lei dalla guerra, dalle persecuzioni politiche, in cerca di un approdo definitivo. Cosa l’ha spinta a scrivere questo nuovo libro di poesie?

Sono stata sequestrata nel 1975 e portata a Villa Grimaldi, che non era un carcere ma un centro di detenzione clandestino per i militanti più attivi contro il regime di Pinochet. Per questo motivo da Villa Grimaldi sono sparite tante persone. In tutto il Cile vi erano circa 1.500 siti di questo tipo, vere e proprie “fabbriche” di desaparecidos. Dopo essere stata liberata, vissi in clandestinità nel sud del Cile. Ritornai a Santiago nel 1980, ma nel 1981 mi arrestarono nuovamente. Questa volta finii ai domiciliari ma per me fu davvero troppo. Decisi di lasciare il mio Paese. E vissi il dolore di cui parlo in Migrazioni. Un dolore reale, che esiste, quello che si prova separandosi dai propri genitori, dai fratelli, dagli amici, dagli affetti. È difficilissimo compiere questo passo, lasciarsi alle spalle la propria casa, la città e tutti i luoghi che ti sono sempre appartenuti, specie se per colpa di un’ingiustizia. Con l’aiuto dell’Onu arrivai in Argentina come rifugiata in transito e da lì partii per la Svezia che mi accolse come rifugiata definitiva. Nel mio nuovo libro tratto questa tematica personale, ma anche molto di più. Perché parlo delle emozioni, del senso di sradicamento che vive chi emigra, chi arriva in un nuovo posto, sotto un nuovo cielo, con la speranza di star meglio, di potersi finalmente realizzare. La mia poesia si nutre di tutto ciò. Incoraggiando a sognare di poter cambiare l’ordine delle cose.

Il suo viaggio nel pianeta della migrazione è poetico ma il suo racconto non è mai imparziale, disincantato.

Nel mondo accadono tanti disastri, di fronte alla violenza insensata, alle migrazioni forzate di milioni di persone, non posso rimanere indifferente, non posso non stare male e non ribellarmi, e lo faccio scrivendo. C’è chi preferisce isolarsi da questa realtà costruendo una bolla d’aria in cui rinchiudersi e vivere la propria vita, indifferente ai fatti che accadono nel mondo. Io non posso. Sono dell’idea, come mio marito Luis Sepúlveda, che prima siamo cittadini e dopo scrittori, e dobbiamo guardare il mondo che ci circonda. Siamo come uno specchio e dobbiamo riflettere la realtà. Con la mia poesia prendo una posizione, mi schiero, perché non voglio essere imparziale, voglio difendere ciò in cui credo e di cui sono convinta. È questo il motore che muove la mia creatività. Certo, ci sono momenti in cui certe notizie ti schiacciano e le ingiustizie diventano intollerabili, momenti in cui mi sono detta “ci hanno sconfitto” ma poi rifletto e mi dico che “no”, bisogna continuare a denunciare.

Dopo il sequestro e l’esilio, il suo viaggio da emigrante non si è mai concluso.

Il giorno che lasciai tra le lacrime i miei genitori, le persone più importanti della mia vita, dissi loro che sarei tornata entro un paio di anni. Ma sapevo che la dittatura sarebbe stata lunga, che non sarei potuta ritornare per molto tempo. E così andò. Fu un tempo molto lungo sia per me che per loro, erano già anziani. E accadde una cosa di cui non si tiene mai conto quando si parla di situazioni come queste. Non si considera mai il danno che consiste nell’impedire a una persona di vivere nel propio Paese. Non è un danno quantificabile ma è reale. Io non sono tornata mai più vivere in Cile. Il Paese che lasciai, che amavo, non esiste più, è totalmente cambiato. Quando rientrai la prima volta dopo anni mi sono sentita “truffata”. L’ho gridato in alcuni dei miei poemi. Mi sono sentita esclusa pur avendo fatto tante cose per il Cile negli anni dell’esilio, affinché fosse fatta giustizia per le vittime e i sopravvissuti della dittatura.

Che Paese trovò al suo ritorno?

Scoprii che avevano trasformato tutto, per imporre il neoliberalismo, il modello economico che tuttora oggi comanda “tutelato” dalla Costituzione che è ancora quella di Pinochet. La sanità, l’accesso a un alloggio degno, l’istruzione, tutto ciò che con Allende era pubblico, laico e di qualità per una migliore qualità di vita del proletariato, è stato ridotto in servizi pessimi per favorire le privatizzazioni. E non si parla più di proletariato. Non esistono più i lavoratori, gli operai, oggi in Cile e più in generale nel mondo, si parla di “classe media impoverita”. La parola “proletariato” è dimenticata.

Cosa la impressiona di più dei fenomeni migratori di oggi?

In queste mie poesie rifletto sui migranti che arrivano o tentano di arrivare in Europa. Gente che ha fame, sete, e che fugge dalla morte, dalla guerra, in definitiva dall’odio. Nel libro rifletto sulle diseguaglianze che costringono gli esseri umani a decidere di emigrare perché è l’unica possibilità di salvezza. E cosa incontrano? Odio, diffidenza, avversità di ogni tipo, vengono respinte da questa parte di mondo che pure sa benissimo cosa significhi emigrare per gli stessi motivi.

Uno degli argomenti più utilizzati per rifiutare l’accoglienza è che si tratti di emigrazioni di carattere economico. In realtà anche il rifugiato economico è un rifugiato politico per la mancanza di opportunità, per l’impossibilità di vivere dignitosamente nel proprio Paese. In questo momento storico, in Spagna, se ne sono andati all’estero tanti giovani, molto preparati, cercando le opportunità che qua non trovano più perché non c’è lavoro. Dove vivo io, nelle Asturie, la disoccupazione tra i giovani è al 50%. E chi resta finisce con l’essere ingannato dai discorsi xenofobi che indicano nell’immigrato la causa della disoccupazione. Purtroppo in Europa il razzismo è addirittura arrivato al governo in alcuni Paesi.

L’11 marzo Sebastián Piñera si insedierà alla presidenza della Repubblica, riportando per la seconda volta in pochi anni la destra alla Moneda. Cosa comporta questo per il suo Paese?

Ho cercato di capire quello che è successo. Piñera ha vinto al ballottaggio grazie ai tanti soldi spesi in campagna elettorale. Ma non solo. È stato capace di far leva sul fattore “paura”. Non è solo una prerogativa europea o spagnola. Accade anche in America Latina. Un esempio eclatante è l’Argentina di Macri in cui i mezzi di comunicazione giocano un ruolo fondamentale nella narrazione di una realtà che non esiste per alimentare nell’opinione pubblica insicurezza e incertezza. Chi non ha lavoro, chi ha scarsa istruzione è la prima vittima di questo clima, a partire dai giovani. In Cile c’è stata una forte astensione al voto, a causa di una legge del 2012, voluta da Piñera e varata dal suo governo, per cui il voto è diventato volontario, mentre prima era obbligatorio. Chi è andato a votare appartiene alle classi medio alte, cercando garanzia di continuità dei privilegi. E solo Piñera era in grado di offrire loro adeguata ricompensa. Le classi basse, la gente più vulnerabile, non sono andate a votare. In definitiva, sarà una catastrofe per il Paese. Il governo di destra potrà eliminare molti dei benefici ottenuti dalla classe lavoratrice. Anche perché la sinistra in generale sta perdendo la capacità di rispondere al suo elettorato tradizionale. Una autocritica è imprescindibile. Perché si corre il rischio di fare la fine dell’Argentina, dove Macri oltre ad aver affossato il Paese dal punto di vista economico, ha riportato indietro di anni la lancetta del rispetto dei diritti umani. Basti pensare alla repressione subita dal popolo Mapuche e ciò che è successo a Santiago Maldonado. Guardando al passato “comune” di Cile e Argentina, anche da noi si avvicinano tempi duri. Piñera sicuramente applicherà la repressione contro chi si opporrà alla società del consumismo fondata sul potere delle multinazionali.

Sembra una storia già vista.

Il sintomo più evidente e attuale attraverso cui si manifesta questo potere è rappresentato dal cambiamento climatico. Non è un problema solo latinoamericano ma di tutto il mondo. Le grandi industrie producono sempre di più senza che nessuno le fermi, devastando l’ambiente, alimentando l’emigrazione forzata da un continente all’altro. Il miraggio del denaro facile rischia di distruggere il mondo, senza che l’opinione pubblica si opponga. È come se fosse drogata, dal consumismo appunto, ma non solo. Il vuoto interiore e affettivo che si crea nelle società fondate sul neoliberismo e sul consumismo viene colmato anche con la droga vera. E poi c’è un’altra droga. Accade pure in Cile, dove c’è gente che cade nel tunnel delle religioni. Nel mio Paese insieme alla religione cattolica che ha avuto sempre un grande peso nella società, si sono sviluppate numerose sette. Sono tutti elementi nocivi che addormentano un popolo e lo portano alla morte.

Anche contro tutto questo, scrivo, mi espongo con le mie poesie. Io la chiamo la dolce vendetta, perché con questa dolcezza nessuno può confutare, è un modo di protestare e gridare contro le ingiustizie.

 

L’intervista di Gabriela Pereyra a Carmen Yáñez è tratta da Left n. 9 del 2 marzo 2018


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