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«A chi dice che il ritiro delle truppe Nato dall’Afghanistan porterebbe alla guerra civile, rispondo che qui la guerra c’è già. Arrivano le notizie dei bombardamenti in Siria e resto convinta che anche lì non porteranno pace». A parlare con questa nettezza è Malalai Joya, instancabile attivista afghana. La sua vita è un susseguirsi di guerre, fughe, atti di disobbedienza, senza mai arrendersi. Neonata ai tempi dell’invasione sovietica, poi esule, quindi insegnante clandestina, dopo la presa del potere dei talebani. Nel 2003, a 25 anni entra nella Loya Girga, nel 2005 nel parlamento eletto dopo l’occupazione. Viene cacciata presto, perché continuava a denunciare i soprusi commessi dai Signori della guerra senza farsi corrompere.

Oggi la sua voce, nota in tutto il mondo, è totalmente bandita in Afghanistan. I media di regime per denigrarla dicono che è scappata, anche quando sono costretti a parlarne perché ottiene riconoscimenti. Invece continua a vivere e a lottare nel suo Paese. Insieme a donne splendide, come lei. «Quando 17 anni fa, la Nato realizzò l’invasione con la scusa della guerra al terrore, promisero pace e liberà. Da allora la situazione è peggiorata sotto ogni aspetto. Hanno tolto potere ai talebani consegnandolo ai Signori della guerra. Per questo dico che fondamentalismo e imperialismo sono alla base del nostro disastro. In Europa ne vedete i risultati con l’arrivo dei tanti rifugiati».

Che ora vengono rimpatriati perché si considera l’Afghanistan un “Paese sicuro”.
Chi scappa non ha prospettive o è in pericolo di vita. Poi scopre che l’Europa è diversa da come se l’era immaginata. Si ritrovano in centri di accoglienza in cui (mi è capitato in Germania) è impossibile entrare. Per arrivare si vendono tutto. Col rimpatrio hanno due sole possibilità: diventare tossicodipendenti o arruolarsi nelle milizie dei Signori della guerra o dell’Isis per 600 dollari al mese. Ma molti non vogliono contribuire ai loro crimini.

I frutti dell’invasione?
Si spendono miliardi di dollari per distruggere tutto e trovare dei pupazzi criminali da manovrare per dominarci. Faccio spesso l’esempio di Gulbuddin Hekmatyar detto “il macellaio di Kabul”. Lui e il suo partito erano nella black list dell’Onu, ora sono al governo, organizzano attentati, uccidono soprattutto donne e difendono l’Isis. Gli otto maggiori Signori della guerra si contendono il potere. Ognuno ha una sua tv e i propri burattinai, nella Nato, in Russia o in Iran. Hanno armi e miliziani, utilizzano l’islam soprattutto contro le donne, attuano attacchi suicidi senza farsi scrupoli. Poco tempo fa una insegnante è stata uccisa e fatta a pezzi per dare esempio. Anche la sua famiglia è stata sterminata.
In Europa giungono notizie di un “processo di pace” che coinvolge i talebani. Cosa ne pensi?
Si parla di “riconciliazione” ma una pace senza giustizia non ha significato. Oggi i talebani hanno partiti, uffici, sono nella legalità. Nulla di nuovo. I governi occidentali sono conniventi e ognuno supporta una loro fazione. Nella provincia da cui vengo io Farah, è un famoso generale Usa a considerarli affidabili. Ma chiudono le scuole per le bambine, mentre figli e figlie dei capi vanno nelle università. Quando ero in parlamento c’erano loro esponenti che avevano anche stuprato bambini. La lista di mullah con crimini orrendi, commessi nel passato e nel presente è lunga. Eppure sono stati il pretesto per la guerra al terrore, in realtà contro gli innocenti. Si continua ad uccidere nelle zone rurali, dissidenti, giornalisti o chi si occupa di diritti umani. Anche Kabul è sempre più instabile. Esci di casa e non sai se ci tornerai».
C’è una ragione che spieghi tanto accanimento?
Vogliono impedire che Afghanistan stia sulle proprie gambe. Dobbiamo continuare a dipendere dagli Usa, dall’Iran, dal Pakistan. I nordamericani impediscono anche la creazione di fabbriche. Gli effetti della politica razzista di Trump si stanno espandendo, da noi ma anche in Europa. Sanno di poter contare sulla corruzione e sulla tossicodipendenza.
La produzione di oppio è sempre in crescita.
Oggi conviene produrre oppio invece che piante per nutrirsi. Dopo l’11 settembre la produzione era crollata. Ora siamo il secondo Paese al mondo e abbiamo anche le raffinerie. Si esporta eroina pura. Un business ad alti livelli, l’ex governatore di Kandahar, ucciso dai talebani, era un importante trafficante. E cresce anche l’uso interno. Donne e bambini sono le prime vittime. A Kabul c’è un quartiere popolato da morti che camminano. La mattina passa un camion che raccoglie i cadaveri e li porta al cimitero. Molte famiglie povere lavorano nelle piantagioni e sono costrette a vendere le figlie ai Signori della guerra. Gli interessi occidentali nel settore sono enormi. Anche per questo ci sono le truppe di occupazione. Ci parlano di democrazia, ma quella nordamericana, non la vogliamo, è una forma di prostituzione».
Ma c’è chi prova anche ad opporsi.
Qualcuno. Tempo fa a Kabul dei giovani della minoranza hazara, hanno organizzato una manifestazione. Il governo ha risposto con le minacce e sono partiti attacchi suicidi contro questi gruppi. Ci vorrebbe una rivoluzione ma se i tuoi figli muoiono letteralmente di fame, chi può farla? Faccio raffronti con le lotte in Siria, Palestina, Iran e capisco quale è la profonda differenza.
E quale è?
Non abbiamo un sistema educativo. I ricchi vanno nelle scuole iraniane, turche e saudite dove escono ancora più fondamentalisti. Le statistiche del governo (edulcorate) dicono che 3,5 milioni di bambini non vanno a scuola. Gli insegnanti non sono preparati e rispondono ai partiti. Da parlamentare denunciai il ministro dell’Istruzione. Aveva sottratto 25 milioni di dollari al budget per l’educazione per scuole mai realizzate. Era un ministro che si presentava come progressista e venni anche minacciata di essere privata del mio stipendio per averlo accusato. Ho risposto che io sputavo sul loro stipendio. Oggi si è dimostrato che purtroppo avevo ragione. Per l’istruzione bisogna pensare ad un programma a lungo termine che non può essere però realizzato con queste persone al potere.
A ottobre ci saranno le elezioni del nuovo parlamento. Pensi di candidarti?
No perché non è possibile un cambiamento in quelle istituzioni. Non sarò la sola a boicottarle. Il sistema elettorale da noi è complesso, si presentano le persone e non i partiti. E chi viene eletto o corrompe o è corrotto. Con me non ci sono riusciti, per questo mi hanno tolto la parola. Mi hanno attaccato anche sedicenti uomini di sinistra capaci solo di parlare. Quindi preferisco lavorare nella base per far crescere consapevolezza.
Quale è il ruolo dell’Italia?
Che aspettarci da chi ha eletto Berlusconi? Ho visto che per la sinistra le elezioni sono andate male ma qualsiasi governo occidentale vada al potere è in mano agli Usa. Di quello che fanno le vostre truppe, non sappiamo nulla. Se ne parla solo dopo un bombardamento. Nella mia regione ci sono americani e italiani e i talebani fanno ciò che vogliono. Le truppe afghane sono utilizzate come carne da macello e gli stranieri restano nelle retrovie. C’è chi paga persone per realizzare massacri fra le truppe.
Il futuro?
Vogliono balcanizzarci. Già si fanno carte di identità in cui si specifica l’etnia di appartenenza. Questo favorirà i Signori della guerra. In tanti hanno interessi a dividerci. Al nord i talebani si sono trasformati in Isis. Prima erano con gli Usa, ora con Russia, Germania e Iran. Ad opporsi restano intellettuali e poche associazioni, illegali come Rawa o sempre a rischio come Hawca. Ma molte Ong sono corrotte e molte associazioni sono servite solo ad arricchire qualcuno. Il futuro dobbiamo costruirlo partendo da questa tremenda consapevolezza. Senza arrenderci».

L’intervista di Stefano Galieni all’attivista afghana Malalai Joya è stata pubblicata su Left n.16 del 20 aprile 2018


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