Condividi

Un racconto che rappresenta la “Spoon river” di Piazza della Loggia. Il romanziere Marco Archetti, autore di “Una specie di vento”, appena uscito per la casa editrice Chiarelettere, ridà vita alle otto vittime della strage che si abbatté su Brescia il 28 maggio di 44 anni fa, quando nella piazza in cui si teneva una manifestazione del “Comitato unitario permanente antifascista” esplose una bomba nascosta in un cestino dei rifiuti. L’autore, evitando la retorica, si concentra sulle vicende umane di chi, quel giorno, fu colpito a morte dalla violenza del terrorismo nero. Ad introdurle, Redento Peroni, sopravvissuto grazie al piccolo gesto di uno sconosciuto. Vi proponiamo qui un estratto dell’opera

Una specie di vento

Il fantasma sono io

Quanti anni ho passato a contare? Dieci? Venti? Trenta? Conti e riconti e in un momento arrivi a quaranta. Quarantaquattro, a esser precisi. Ma nonostante tutto, cari nipoti, vostro nonno è ancora qui: Redento Peroni, salvo per un pelo e per niente matto. Semmai, miracolosamente in equilibrio. Su un filo, magari, ma pur sempre in equilibrio. In certi momenti non so proprio come ho fatto, non è stato facile restare lucido. Sapete cosa dicevo, i primi tempi, a vostra nonna? Le dicevo: «Marisa, non escludo di andar fuori di testa, se va avanti così».

Be’, i giorni passavano e tutto andava avanti così. Allora io tornavo indietro. Non che lo volessi. Non che mi piacesse. Diciamo che sarebbe stato impossibile evitarlo. Il risultato? Questi quarant’anni, passati con la sensazione di vivere in retromarcia, con la sensazione di fissare un punto per tutta la vita. Fissavo, fissavo, fissavo. Ma a furia di fissare, esistevo ancora? Piano piano mi stavo trasformando in un fantasma, in un’ombra ingoiata dai fatti.

Quanti anni ho passato a contare da uno a otto? E poi da otto a uno? E poi da capo e ancora, alla rovescia, ripetendomi sempre le stesse cose, perché a un certo punto sembrava chiaro, solare, palese che non sarebbe cambiato nulla. Uno, due, tre, quattro, cinque, sei, sette, otto: otto le sentenze definitive pronunciate in un istante quella mattina del 28 maggio, e quarant’anni di carte e deposizioni non riuscivano a stabilire nient’altro? I dibattimenti si susseguivano come una novena insopportabile, vagoni blindati carichi della stessa, unica, orribile verità, e cioè che non c’era alcuna verità. Insomma: quella mattina in piazza Loggia non era accaduto nulla. Ci eravamo inventati tutto. Si era trattato di un’allucinazione collettiva.

Ma a me lo spostamento d’aria aveva scombussolato il cervello, altro che allucinazione! Dopo lo scoppio della bomba, ricordo il sangue e le viscere di qualcuno, grondanti, sulla faccia. Ricordo l’odore di ustione, di macerie, di massacro. Ricordo pezzi di corpi umani per terra mentre una cortina di fumo ondeggiava sui frantumi.

L’avevo sognato, quel disastro? Io, dopo lo scoppio, mi sono lanciato in corsa come un diavolo, a casaccio, gambe in delirio e pensieri a brandelli. Cadevo e mi rialzavo, mi rialzavo e cadevo, solo l’urlo in gola, senza respirare, cervello scoperchiato e nervi br

uciati, trapunto di fuoco dalla testa ai piedi. Era successo qualcosa, eccome se era successo. In fondo lo sapevamo, o per lo meno io quella mattina credevo di saperlo…

Ma no, fermi, cosa dico? Non è vero, non è così. Non posso mentire proprio a voi che mi avete chiesto mille volte di raccontarvi tutto… In realtà nemmeno io ci avevo capito qualcosa. Dopotutto, come si fa a immaginarsi davvero una cosa del genere?

Certo, i segnali c’erano tutti. I tempi erano quelli: tetre comparse della Repubblica di Salò riemergevano dalle tenebre del passato. A capo del Sid, il Servizio informazioni della difesa, c’era un uomo come Vito Miceli, che non si preoccupava di nascondere le sue simpatie fasciste. L’eversione di destra si rigenerava e rinasceva di continuo, gemmando a tutto andare una cupa miriade di sigle, gruppi e nuclei clandestini. Il motto di «Anno zero», periodic

o che giusti cava il ricorso alla violenza e auspicava un assetto basato sul terrore e la gerarchia, era «Distruggere tutto per tutto ricostruire», secondo lo schema: bombe, instabilità, golpe.

I gruppi neofascisti bresciani erano in contatto con La Fenice di Milano e Ordine nuovo di Padova. I tondinari, negli impianti siderurgici, picchiavano, minacciavano e intimidivano i lavoratori e i rappresentanti sindacali. A marzo, nella chiesa delle Grazie, erano stati rinvenuti due ordigni. Un terzo aveva danneggiato la sezione del Psi di largo Torrelunga e otto candelotti di dinamite erano stati offerti in gentile omaggio anche alla sede della Cisl. Pochi giorni prima della strage, Silvio Ferrari, giovane esponente della destra cittadina, era saltato in aria mentre trasportava in Vespa due diversi tipi di esplosivo e un detonatore elettrico collegato a una sveglia.

Ma le forze dell’ordine, rimandando le pulizie, contribuivano a rendere la situazione, di fatto, sempre meno controllabile.

Per voi ragazzi nati nel 2000 sono cose lontane, me ne rendo conto, ma io in questi anni ho continuato a ripetermi…

Commenti

commenti

Condividi