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Di quel che accade in Donbass e in Ucraina dopo il colpo di Stato del 2014, in Italia si parla poco, spesso a sproposito, talora soltanto perché non se ne può fare a meno. È accaduto così recentemente che i media si occupassero della sentenza di condanna a 24 anni per omicidio emessa dalla Corte d’Appello di Pavia contro Markiv un sergente, dalla doppia nazionalità ucraina e italiana, della Guardia nazionale Ucraina (un corpo paramilitare sotto l’egida del ministero degli Interni, in cui sono stati fatti confluire molti dei reparti neonazisti detti “battaglioni punitivi”), accusato dell’assassinio del reporter italiano Rocchelli, vicino a Slavyansk nel 2014 assieme al giornalista russo Mironov da un colpo di mortaio.
Una sentenza che apre uno spiraglio sulle pratiche delle truppe di Kiev e che è avvenuta dopo che durante il processo il ministro degli Interni ucraino, alti ufficiali di quel Paese e nazionalisti ucraini hanno tentato di fare pressione sulla Corte. Una sentenza a cui hanno fatto seguito, oltre che manifestazioni fascisteggianti degli Ucraini dentro e davanti al tribunale, deliranti dichiarazioni delle autorità ucraine che pretendono la “restituzione” dell’”eroe” Markiv e minacciano, per ottenerla, di catturare e processare una decina di Italiani che in viaggio a Kiev per realizzare “uno scambio”. Ciò aiuta a capire come il regime di Kiev non voglia permettere che si divulghino le condizioni in cui costringono la popolazione civile del Donbass, e sono per questo pronti a sparare su giornalisti e reporter, oltre che spesso sugli osservatori dell’Osce. Inoltre ciò lato stimola ad informarsi su una lunga serie di azioni criminali di quel regime, dai bombardamenti aerei delle città nel 2014 al rogo, restato impunito, ad opera delle bande neonaziste della “Casa dei sindacati” di Odessa del 2 maggio di quell’anno, che provocò oltre 50 morti, dai colpi di artiglieria su fermate dei bus, scuole, centri di potabilizzazione delle acque, case, in Donbass, agli attentati terroristici contro esponenti delle milizie e delle istituzioni di Donetsk e Lugansk, dalle sparizioni e torture di oppositori e prigionieri alla distruzione di monumenti e toponomastica relativi alla lotta antinazifascista nella Seconda Guerra Mondiale, dalla proibizione al Partito Comunista Ucraino di partecipare alle elezioni presidenziali e politiche, alla proclamazione come eroi nazionali del genocida collaborazionista dei nazisti Stepan Bandera (che ha scatenato reazioni inorridite anche da parte della Fondazione Yad Vashem e del governo polacco, dato che gli oltre 100mila massacrati dalle sue forze erano soprattutto Ebrei ed abitanti di Volinia e Galizia di etnia polacca) e di tutti gli altri collaborazionisti ucraini dei nazifascisti.
La voluta disinformazione, a cui si associano media mainstream italiani e taluni ambienti che pure si proclamano antifascisti e “democratici”, viene rotta solo da iniziative come il film Start Up a War – psicologia di un conflitto (distribuito da Premiere Film) , quarto lavoro sul conflitto del Donbass della psicoterapeuta e diplomata in cinematografia Sara Reginella, premiato ai Festival di Calcutta, S.Pietroburgo, Medellin, Salto, Mosca e Aosta, come i libri pubblicati da Alberto Fazolo (In Donbass non si passa, Red Star Press, 2018) e dal sottoscritto (Donbass. I neri fili della memoria rimossa, Edizioni Croce, 2016), dalle attività solidali e di controinformazione di soggetti antifascisti in varie parti d’Italia e, soprattutto, da anni, delle iniziative del gruppo musicale politicamente impegnato Banda Bassotti che ha promosso varie “Carovane di solidarietà” col Donbass, per portare aiuti agli orfanatrofi ed alle vittime dei bombardamenti in quella regione e promosso nel 2018 l’Associazione Antifascista di Amicizia Italia-Donbass.
Proprio con la “Banda Bassotti” ho avuto la possibilità di recarmi a Donetsk e Lugansk dal 6 al 12 maggio 2019 e vedere con i miei occhi l’intreccio fra diversi aspetti della situazione del luogo. Ho visto gente che cerca di conservare dove può (ossia fuori dalla zona di contatto con le truppe ucraine, bombardata) una vita che, a parte il coprifuoco notturno, è “normale”, con scuole, università, servizi, centri commerciali, parchi, impianti sportivi ed istituzioni culturali funzionanti, strade urbane senza un pezzo di carta, aiuole fiorite, nonostante che la situazione economica sia aggravata dalla chiusura di molti impianti produttivi e soprattutto dal fatto che l’Ucraina, violando in questo come in molti altri punti gli Accordi di Minsk sottoscritti nel 2015, continua a non versare agli anziani di Donetsk e Lugansk, che pure pretende siano “suoi cittadini” le pensioni in loco. Ho visto anche il forte senso di identificazione di quella gente con le tradizioni antifasciste relative alla Seconda Guerra Mondiale, la trasmissione costante di quei valori alle giovanissime generazioni, dentro e fuori la scuola, l’amore per i monumenti che ricordano quegli eventi, una partecipazione enorme alla celebrazione del 9 maggio, anniversario della Vittoria in Europa sul nazifascismo. Ero a Lugansk il 9 maggio, ed ho partecipato con la delegazione italiana alla marcia di oltre 100.000 persone (su 400.000 abitanti della città: altri 50.000 facevano ala) con i ritratti dei caduti nella lotta contro il nazifascismo di allora e di oggi, una realtà che riguarda anche noi italiani, dato che è proprio nel Donbass che operarono assieme agli hitleriani, al fronte, nella repressione antipartigiana, nelle retate di Ebrei e commissari politici sovietici, le truppe del “Corpo di Spedizione Italiana in Russia” (CSIR) dall’estate 1941 all’inizio del 1942, avendo come comando la città di Stalino, oggi Donetsk.
Quelle caratteristiche confermano la caratterizzazione indiscutibilmente antifascista della lotta delle genti di Donetsk e Lugansk, sottolineatami anche da Gaidukov, il Presidente dell’associazione dei Veterani di Lugansk, incontrato da me a nome dell’ANPI di Roma lo stesso 9 maggio e col quale si è avviata una collaborazione sul tema della valorizzazione del contributo di partigiani sovietici, in particolare di Lugansk alla Resistenza italiana, in occasione del fatto che il 2020 sarà il 75° Anniversario della Liberazione dell’Italia (25 aprile) e della Vittoria a Berlino sul nazifascismo (9 maggio).
Quel viaggio, però, mi ha messo a contatto diretto anche con le sofferenze causate dalle forze militari di Kiev, in un martellamento di artiglieria che è un’altra violazione degli accordi di Kiev e che, dopo l’elezione del nuovo presidente ucraino Zelensky (giugno 2019) è addirittura cresciuto, anche secondo gli osservatori dell’OSCE, nonostante le dichiarazioni del neopresidente sul desiderio di pace.
Ho visto la tomba del comandante Mozgovoy, delle sue guardie del corpo e della sua segretaria assassinati in un agguato terroristico il 23 maggio 2015 presso Alchevsk e le tante tombe delle vittime di questi 5 anni di guerra (oltre 13mila, fra cui circa 200 bambini). Ma quel che mi ha colpito di più è stata la visita al ponte di Stanitsa Luganskaja. Quel ponte collegava il territorio della Repubblica Popolare di Lugansk con quello controllato dalle truppe di Kiev ed è stato distrutto da un bombardamento di queste ultime che, ancora violando gli Accordi di Minsk, ne impediscono la ricostruzione. Oltre 11mila persone devono traversare ogni giorno, anche con pioggia, neve e ghiaccio, su due precarie passerelle inclinate di legno: famiglie con bambini che vanno dai parenti ma soprattutto anziani, anche con stampelle e perfino carrozzelle, che devono recarsi mensilmente in Ucraina per poter avere le loro pensioni, disumanizzati da una scelta ucraina che non può non ricordare le passerelle di legno del Ghetto di Varsavia. Se qualcuno vuole davvero vedere il volto odierno del nazifascismo in Europa, vada a Stanitsa Luganskaja.

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