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Soccorrere i naufraghi, indicare la strada ai viandanti, dare ospitalità agli stranieri erano obblighi di umanità per gli antichi. Barbaro era chi negava hospitium. A partire dal primo libro dell’Eneide Maurizio Bettini lo racconta nel saggio Homo sum e dal vivo al festival Con-Vivere

Incoraggiando i ragazzi a proteggere dal contagio gli anziani, la senatrice Liliana Segre ha evocato l’immagine di Enea che portava sulle spalle il padre Anchise.
Un’immagine che ha attraversato i millenni e che è entrata nell’immaginario collettivo. I capolavori della letteratura antica ci parlano di valori umani universali. E ci aiutano a capire il presente, scrive il filologo e classicista Maurizio Bettini in un suo recente libro A che servono i Greci e i Romani, a cui fa seguito, nella stessa collana Einaudi Homo sum, una affascinante indagine sul “dovere di essere esseri umani”, secondo gli antichi; tema su cui il docente dell’Università di Siena tiene una lectio il 12 settembre al Festival Con-vivere a Carrara.

Professor Bettini, cosa le suggeriscono le parole della senatrice Segre?
L’immagine di Enea proposta da Liliana Segre mi ha ricordato l’emozione che provocò in Giorgio Caproni la vista di una statua di Enea, con Anchise e Ascanio per mano, eretta in piazza Bandiera, in una Genova bombardata e prostrata dalla guerra. Scriveva Caproni nel suo Il passaggio di Enea: «Enea che in spalla/un passato che crolla tenta invano/di porre in salvo, e al rullo d’ un tamburo/ch’è uno schianto di mura, per la mano/ha ancora così gracile un futuro/da non reggersi ritto». Anchise diventa il simbolo di un passato da conservare – perché la rovina di Troia ne ha messo in pericolo perfino la memoria, così come la Seconda guerra mondiale ha distrutto il passato dell’Europa – e Ascanio è il simbolo del futuro ancora fanciullo, incerto. Questi versi di Caproni costituiscono l’ennesima testimonianza della potente efficacia umana e simbolica che i grandi testi, e i grandi miti, dell’antichità sono ancora capaci di esercitare su noi moderni. Ciclicamente, a seconda dei momenti storici e delle congiunture culturali, il mondo antico ci si ripresenta e con le sue figure, i suoi temi, le sue stesse opere, ci aiuta a capire e pensare il presente. È questo ciò a cui “servono” i Greci e i Romani, la funzione che la conoscenza del passato classico può continuare ad esercitare.

Con Homo sum lei ci invita a rileggere il primo libro dell’Eneide là dove racconta di profughi che fanno naufragio. Fuggono dalla guerra di Troia. Ma sbarcati fortunosamente vengono respinti. Il poema virgiliano ci fa riflettere sulla ferita dei diritti umani negati. Il pensiero corre a ciò che accade nel Mediterraneo a causa di politiche xenofobe?
Come ho scritto nel mio libro, purtroppo l’Eneide ha smesso in qualche modo di essere poesia ed è diventata cronaca. Ciò che nel primo libro dell’Eneide si descrive come finzione poetica – il naufragio dei Troiani nel canale di Sicilia mentre cercano di…

L’intervista prosegue su Left dell’11-17 settembre

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