«In questi giorni mi sento solo e penso molto a quando eravamo in tanti». Il signor Juma disse così nel 2016 al fotografo Gabriel Uchida che si trovava in Amazzonia per documentare la vita quotidiana degli ultimi componenti della tribù di nativi di cui il signor Juma, come molti indigeni brasiliani, usava il nome come cognome. «Eravamo in tanti prima che i raccoglitori di gomma e i cercatori arrivassero nella foresta e ci sterminassero. Prima di allora gli Juma erano felici. Adesso ci sono solo io». Dal 1999, dopo la morte di suo cognato, il signor Juma era l’ultimo maschio juma rimasto in vita. L’estinzione della tribù era inevitabile. Si stima che la popolazione fosse di circa 15mila persone nel 18esimo secolo. Nel 1943 ne erano rimaste circa 100 a causa anche delle malattie portate nella Grande foresta dai taglialegna e dai cercatori di caucciù. Nel 1964 subirono un ultimo feroce massacro e ne rimasero solo 6, tra questi c’era il signor Juma. Il signor Juma è morto il 17 febbraio in un ospedale di Pôrto Velho, la capitale dello Stato brasiliano della Rondônia. Si pensa che avesse tra gli 86 e i 90 anni.

La sua storia è stata raccontata dal New York Times. E in queste pagine l’antropologo Yurij Castelfranchi, professore dell’Università federale di Minas Gerais, ci racconta cosa comporti la sua dolorosa scomparsa. L’ultimo componente della tribù juma è morto a causa del Covid-19, indifeso come praticamente tutti i nativi che vivono nella Grande foresta di fronte all’avanzare della pandemia. Senza presidi sanitari e con il sistema immunitario non abituato ad affrontare nemmeno influenze che altrimenti sarebbero irrilevanti, i nativi sono le vittime principali della scellerata (e inesistente) politica di contenimento della pandemia adottata da Jair Bolsonaro sin dai primi contagi. Sebbene il Brasile con circa 280mila vittime sia il secondo Paese al mondo dopo gli Stati Uniti per numero di decessi e il terzo per numero di contagi, dietro Usa e India, il presidente continua a minimizzare. Anche di fronte alle notizie, provenienti da ogni angolo del Paese, di pazienti Covid morti in attesa di trovare un letto nelle terapie intensive.

«Non possono darmi la colpa, ci sono Paesi più ricchi del nostro dove muoiono più persone che da noi. Basta lockdown, fanno perdere posti di lavoro» ha detto Bolsonaro il 3 marzo, giorno in cui nel Paese da lui guidato si registrava un nuovo record giornaliero di vittime: 1.840, poi frantumato una settimana dopo (2.349). È totalmente indifferente il presidente al fatto che il Brasile sia attraversato dalla variante amazzonica, la P1, tre volte più contagiosa del ceppo scoperto a Wuhan 15 mesi fa. Pervicacemente sordo agli allarmi incessanti lanciati dalle autorità sanitarie locali, dai governatori e dall’Organizzazione mondiale della sanità, ha portato al collasso l’intero sistema sanitario del Paese più grande e popoloso del Sud America, che ha dovuto affrontare praticamente a mani nude oltre 11 milioni e mezzo di casi di contagio. Del resto oltre ad aver sempre mantenuto un atteggiamento negazionista, rifiutandosi di indossare la mascherina anche quando si concede bagni di folla in mezzo ai suoi sostenitori, Bolsonaro non ha mai nascosto la sua “idea” di far diffondere il contagio tra la popolazione per arrivare all’immunità di gregge. L’unico risultato ottenuto fino a oggi è un genocidio. E chissà che non fosse proprio ciò che “intimamente” voleva provocare considerando il disprezzo che più volte ha manifestato per gli indios e l’assenza di politiche per contrastare la povertà.

Ma un fatto nuovo e inatteso potrebbe stravolgere i suoi piani e anche mettere a rischio la sua rielezione alle presidenziali del 2022. Dopo l’annullamento delle sentenze di condanna per corruzione a suo carico da parte della Corte suprema l’ex presidente Luiz Inacio Lula da Silva è tornato eleggibile. E il leader del Partito dei lavoratori non esclude di candidarsi per sfidare Bolsonaro. «Sarei piccolo se pensassi adesso al 2022 – ha detto Lula -, il mio partito prenderà una decisione al momento opportuno, ora pensiamo ai problemi del Paese», ha tagliato corto mantenendo solo in parte le carte coperte. E ancora: «Sono stato vittima della peggiore ingiustizia della storia del nostro Paese, ma il mio dolore non vale nulla rispetto a quello di milioni di disoccupati e delle 280mila famiglie che hanno perso un loro caro per il Covid», ha detto dopo 580 giorni di prigione.

Se Lula sale, il suo grande accusatore precipita. L’ex pm Sergio Moro, simbolo dell’inchiesta “Lava Jato” che aveva firmato la sentenza di condanna in primo grado di Lula, “premiato” da Bolsonaro con il ministero di Giustizia, rischia di finire sul banco degli imputati dopo la denuncia di «parzialità» mossa dai legali dell’ex presidente. In questo quadro e mentre la stretta autoritaria di Bolsonaro nel Paese sta toccando l’apice – fra militarizzazione dell’educazione scolastica, censura nelle università, liberalizzazione totale dell’acquisto di armi e una crisi economica inarrestabile – è stata una vera bomba la notizia della scarcerazione di Lula. I sondaggi fino a gennaio facevano sentire Bolsonaro sicuro di una facile rielezione ora invece lo mettono in forte discussione. Qualcosa dunque potrebbe ora cambiare in un Brasile che ha avuto il più alto numero di morti per Covid soprattutto nelle classi più povere anche a causa del negazionismo e del classismo del governo di Bolsonaro, presidente omaggiato – è bene ricordarlo – da Matteo Salvini capo di un partito, la Lega, che oggi si ritrova al governo con Draghi.

Non che Lula non abbia commesso errori, come racconta in queste pagine l’avvocato e scrittrice Claudileia Lemes Dias. Indirettamente fu lui (e più ancora Dilma Rousseff) ad aprire la strada alla deriva religiosa e conservatrice aprendo agli evangelici che poi hanno sostenuto in massa Bolsonaro. Ma certamente l’ex presidente-operaio gode ancora di grande popolarità. E potrebbe contribuire a costruire un grande fronte progressista e democratico che – oltre a rallentare la deforestazione selvaggia e lo sfruttamento intensivo dell’Amazzonia – rimetta al centro i diritti dei lavoratori, degli studenti, delle donne, dei nativi e di tutte le persone sfruttate e schiacciate dal progetto neoliberista di cui Bolsonaro è espressione. Progetto che ha mietuto vittime come Marielle Franco.

A tre anni di distanza dall’omicidio avvenuto il 14 marzo 2018 non è stata ancora fatta giustizia per la consigliera comunale di Rio de Janeiro diventata un simbolo di lotta per i diritti umani. «La sicurezza pubblica non si costruisce con più armi, ma con politiche pubbliche dirette a tutti i settori, alla salute, all’istruzione, alla cultura e alla creazione di reddito e di posti di lavoro. C’è urgente bisogno di monitorare questo processo e di lottare perché i diritti individuali e collettivi siano garantiti, assicurando l’autonomia delle istituzioni democratiche». Furono queste le sue ultime parole prima di essere uccisa. Stava indagando coraggiosamente sugli omicidi che avvenivano nelle favelas di Rio criticando e accusando duramente la polizia. A fine marzo di quell’anno alcuni esperti dell’Onu definirono «allarmante» l’omicidio di Marielle Franco anche «perché mira ad intimidire tutti coloro che combattono per i diritti umani e lo Stato di diritto in Brasile». Non a caso poco dopo è arrivato al potere Bolsonaro.


L’articolo prosegue su Left del 19-25 marzo 2021

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