«La sua analisi non riguardava solo le “plebi rustiche” da salvare, ma teneva presente i cambiamenti in atto», dice Stefano De Matteis, curatore della riedizione di Oltre Eboli. Tre saggi. Che racconta anche la “scomunica” di Togliatti e la rottura con Croce

Torna in libreria per le edizioni e/o, Oltre Eboli. Tre saggi di Ernesto de Martino, storico delle religioni, antropologo etnologo la cui eredità è imprescindibile per la comprensione del momento che stiamo vivendo, per aver saputo vedere la crisi della identità europea nel confronto con culture diverse. Al curatore Stefano De Matteis, antropologo, saggista e docente di antropologia culturale all’università di Roma Tre chiediamo di approfondire alcuni degli argomenti trattati nei tre saggi, scritti in diversi momenti.

Ernesto de Martino nel primo dei tre saggi, “Intorno ad una storia del mondo popolare subalterno”, descrive il mondo popolare subalterno come un universo «dei popoli coloniali e subcoloniali e del proletariato operaio e contadino nelle nazioni egemoni». Quanto è attuale oggi questa definizione?
Va sottolineato che le parole di allora erano orientate da una doppia prospettiva: da una parte dalla realtà del mondo contadino del Mezzogiorno e del proletariato urbano che De Martino conosceva come attivista politico del Psi e dall’altra dai processi di decolonizzazione. I lettori di ieri come quelli di oggi sorvolano su questo dato fondamentale: la sua analisi non riguardava solo le «plebi rustiche» da “salvare”, ma teneva presente i cambiamenti in atto. E questo pone questioni politiche non indifferenti. Soprattutto oggi, che bisognerebbe evitare di correre il rischio di operare separazioni tra chi è più o meno dannato di altri. Un’ipotesi del genere, del tutto miope, semmai venisse ipotizzata non farebbe altro che creare contrapposizioni ancora più forti proprio dentro queste aree, aprendo guerre tra i poveri e forme di razzismo “interno” come se non bastassero quelle che già gli pesano addosso “dall’esterno”. Forse in alcuni c’è la volontà di porre l’accento sulle migrazioni e scordarsi di tutto il resto, magari perché infastiditi o estranei all’intramontabile questione meridionale che pesa sulla complessità di questi discorsi. Anche se non siamo più a metà Ottocento, proprio allora qualcuno scrisse «proletari di tutto il mondo unitevi», che significava non separatevi a seconda del grado di disgrazie che vi portate addosso.

Ernesto de Martino analizza positivamente l’etnologia nella Russia post rivoluzionaria, che sembra essere l’unica scienza che risentiva del clima rivoluzionario maturato in particolare nel periodo 1905-1917. Partendo da quella analisi, a quale nuova prospettiva per il Mezzogiorno d’Italia pensava de Martino?
Innanzitutto la rivoluzione russa rappresentò una forte speranza per milioni di sfruttati e di oppressi. Poi le cose andarono diversamente. Ma intanto era stato avviato un cambiamento profondo e significativo anche nella nuova e diversa considerazione delle culture popolari. Furono il libro di Levi, Cristo si è fermato a Eboli, le ricerche di Rocco Scotellaro, l’interesse per i contesti culturali locali che venivano dalla Unione Sovietica che lo convinsero definitivamente a fare inchieste e a scendere in campo avviando lavori di documentazione unici in quegli anni. E lo fece da una prospettiva aperta e con lo sguardo rivolto anche a…


L’articolo prosegue su Left del 19-25 marzo 2021

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