Agli studenti viene offerto un sapere accademico poco innovativo mentre hanno la necessità di conoscenze più approfondite nel campo della psicoterapia. «Occorre una duplice formazione, personale e teorica» dice lo psichiatra e docente Paolo Fiori Nastro

Per affrontare la malattia mentale quale tipo di formazione bisogna avere? E in quale contesto sanitario chi esce dalla scuola di specializzazione in Psichiatria si dovrà cimentare? E che tipo di formazione serve per poter fare la psicoterapia? Questioni che riguardano vari ambiti: teorici, metodologici, culturali e sociali. Abbiamo rivolto queste e altre domande allo psichiatra e psicoterapeuta Paolo Fiori Nastro, coordinatore didattico della scuola di psicoterapia dinamica Bios Psychè, già docente di Psichiatria alla “Sapienza” di Roma.

Fiori Nastro ci tiene a fare una premessa: «La psichiatria è (o dovrebbe essere) cura della mente umana. Ma immediatamente dovremmo fare un rapido pensiero sugli aspetti specifici della mente umana che ci distinguono dalla mente animale e che non vengono tenuti in alcun conto dalla ricerca che si propone la cura delle malattie psichiatriche attraverso gli esperimenti sugli animali e sul loro cervello». Quindi la psichiatria dovrebbe curare la mente umana, ma non esiste «una definizione condivisa di mente ed estensivamente di realtà umana sana o malata».

L’Organizzazione mondiale della sanità dà una definizione di salute che fa riferimento al benessere fisico (biologico) psichico e sociale ma, «mentre il benessere fisico è una realtà condivisa nel senso che abbiamo dei parametri oggettivi che delimitano il perimetro della salute e lo separano dalla malattia, per le malattie mentali tutto questo ci manca. Per molti ambienti culturali la diagnosi di malattia addirittura non andrebbe fatta!» Perché, continua lo psichiatra, «sarebbe una stigmatizzazione, farebbe riferimento ad aspetti della realtà umana presenti in tutti gli esseri umani ma normalmente tenuti sotto controllo tranne in quei pochi che invece vengono improvvisamente sopraffatti dalla malattia e per i quali la convivenza sociale diventa una fatica se non un ostacolo o addirittura una minaccia». «Per questi motivi “l’accademia” – sottolinea Fiori Nastro – ha storicamente agganciato la psichiatria alla neurologia nella clinica delle malattie nervose e mentali sperando, con un’operazione del tutto fideistica, di poter cancellare l’imbarazzo di dover affrontare un argomento che dal punto di vista medico appariva incerto, ambiguo, non scientifico, opinabile sostituendolo con il rigore scientifico del ragionamento semeiologico e patogenetico della neurologia».

Nel 1976 con la legge 238, è avvenuta la separazione della psichiatria dalla neurologia, «ma l’accademia, dovendo insegnare, trasmettere conoscenza, inevitabilmente si è…

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L’illustrazione in apertura dell’articolo è un’opera di Chiara Malchionna


L’articolo prosegue su Left del 25 giugno – 1 luglio 2021

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