Un intellettuale da riscoprire, per il pensiero federalista e laico ancora di estrema attualità

Agosto 1941: dopo quasi due anni dall’inizio della Seconda guerra mondiale Altiero Spinelli, Ernesto Rossi, Eugenio Colorni e altri scrivono il Manifesto per una Europa libera e unita che diventerà noto come Manifesto di Ventotene, dal nome della piccola isola del Tirreno, colonia di confino per antifascisti. Il Manifesto verrà pubblicato nel 1944 e quest’anno ricorrono gli ottanta anni dalla sua stesura.
Il piccolo gruppo di intellettuali, di varia provenienza politica, sviluppa l’idea di superare i nazionalismi per creare uno spazio sovranazionale di carattere federale, costituito da regole condivise, per garantire insieme la libertà dei singoli, la convivenza pacifica fra individui, gruppi sociali e Stati.

Tra di loro Ernesto Rossi, politico, economista, scrittore, antifascista è un personaggio particolarmente interessante perché con la stessa intransigenza con cui vive la battaglia contro la dittatura partecipa, caduto il regime, alla ricostruzione del Paese, continuando le sue battaglie «… che non erano solo controcorrente, per affermare un’Italia che si era smarrita e che oggi forse dovemmo ricercare». Così lo ricorda lo storico Mimmo Franzinelli, autore del recente Il filosofo in camicia nera. Giovanni Gentile e gli intellettuali di Mussolini, in cui le scelte del filosofo sembrano essere l’opposto di quelle di Ernesto Rossi.
Franzinelli, nella prefazione al libro Abolire la guerra, ricorda che mentre era in carcere a Regina Coeli «Rossi rimane scosso dall’articolo di un settimanale sulla esecuzione di un dignitario etiope, reo di aver organizzato la resistenza contro gli invasori italiani: la fotografia del morituro che va senza timore alla morte, colpisce il prigioniero politico, che vi scorge la medesima fierezza di Cesare Battisti, insolentito dagli austriaci nell’imminenza dell’impiccagione. Rossi scoppia in lacrime, perché per una miserabile questione di chilometri e di materie prime gli avevano insudiciato l’Italia, schierandola nel rango di ribaldi oppressori».

Ernesto Rossi era nato a Caserta nel 1897, poi con la famiglia si era trasferito a Firenze e a soli sedici anni aveva vissuto la drammatica separazione dei genitori. La sua vita familiare conoscerà una serie di lutti ma la madre, Elide Verdardi, donna di straordinaria intelligenza e decisamente anti-conformista, gli starà sempre al fianco e il figlio ne solleciterà spesso i pareri.
Allo scoppio della Prima guerra mondiale è vicino alle tendenze neutraliste, ma il travaglio che coinvolge l’intero Paese, tra le ragioni dei neutralisti e degli interventisti, lo spinge ad arruolarsi come volontario. Di quel periodo testimonierà, lui ufficiale, le tragiche violenze nei confronti del soldati semplici (massacri bestiali, decimazioni) insieme all’inconsistente nullità delle strutture militari responsabili delle azioni di guerra.
Terminato il conflitto, l’ostilità dei socialisti contro i reduci e una classe politica incapace di progettare il futuro di un Paese che pure era uscito vincitore dal conflitto, lo avvicinano ai…


L’articolo prosegue su Left del 27 agosto – 2 settembre 2021

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