La rivoluzione siamo noi. Perché la creatività non è un dono divino riservato a pochi, ma una caratteristica dell’essere umano. E si può sviluppare, sperimentando nuovi linguaggi ed in ricerche di gruppo. Ne era convinto Joseph Beuys (1921-1986), punto di riferimento dei movimenti di rivolta giovanile nella seconda metà del ‘900, personaggi carismatico anche se non privo di ombre: durante la seconda guerra mondiale si arruolò nell’aviazione tedesca e, dopo quella tragica esperienza, divenne un paladino del pacifismo e un fautore dell’arte come strumento di intervento sociale.

Una mostra milanese dal titolo Icona per un transito e un’iniziativa editoriale di Castelvecchi ora invitano a tornare ad approfondirne la figura e il ruolo di maieuta per un’intera generazione di artisti che in comune avevano ideali ambientalisti e l’uso di materiali poveri come legno, terra, feltro, pietra, grasso, fasce di cotone.

Questo tipo di poetica, politicamente impegnata e al tempo stesso minimalista, fu sviluppata dall’artista tedesco in maniera dialogica attraverso una serie di incontri e interviste che Castelvecchi ora ripropone nell’interessante volume: Joseph Beuys, Cos’è l’arte?, curato da Volker Harlan.

Il risultato di quelle sperimentazioni invece si può vedere negli spazi di Montrasio Arte a Milano dove celebri opere di Beuys come Difesa della Natura, Tutti gli uomini sono artisti, Kunst=Kapital dialogano con altrettante opere di Salvatore Scarpitta (1919- 2007), artista italo americano  lanciato da Leo Castelli e affine a Beuys per energia creativa e fiducia nella forza sociale dell’arte. Curata da Luigi Sansone la mostra è aperta fino al 3 aprile e riporta in primo piano l’esperienza della seconda guerra mondiale che vide i due artisti su fronti opposti.

Dopo la guerra, l’arte povera di Beuys, che mescolava sperimentazione e riferimenti alla tradizione letteraria e filosofica tedesca (da Schiller a Hölderlin, da Kirkegaard a Steiner) ebbe un grande successo internazionale e in particolare in America. Anche perché, come ricostruisce Demetrio Paparoni ne Il bello, il buono e il cattivo (Ponte alle Grazie) indagando i rapporti fra arte e potere, «gli Usa impegnarono molta energia e molto denaro perché l’arte nord americana affermasse il suo predominio sul mondo. E quella politica culturale, sortì buoni risultati anche nella Germania dell’ovest dove gli artisti della generazione di Beuys furono largamente influenzati dalla scuola di New York».

 simonamaggiorel

Commenti

commenti