C’è una bella lettera che la Casa Bianca sta girando alle sue mailing list, è quella di Jim Obergefell, la persona che con suo marito, morto 20 mesi fa, ha portato il caso sul matrimonio tra persone dello stesso sesso davanti alla Corte Suprema. “John e io abbiamo cominciato questa battaglia perché volevamo che sul suo certificato di morte in Ohio (che sapevamo sarebbe giunta presto) ci fosse scritto che era sposato”. I due si erano sposati in Maryland, dove una legge sui matrimoni gay esiste da tempo e vivevano in Ohio, dove non solo fino a oggi sposarsi è vietato, ma non si riconoscono i matrimoni celebrati in altri Stati.

La storica decisione di una Corte Suprema guidata da un ultra-conservatore ha concesso a Jim e John il diritto di essere riconosciuti come una coppia sposata. La maggioranza della Corte è variabile: dei nove giudici quattro sono conservatori e quattro liberali e per molte decisioni la divisione ideologica tende a riproporsi e a lasciare il cerino in mano al giudice Kennedy, che oggi ha votato con i liberali. Le parole nel parere di Kennedy, che è quello votato dagli altri che hanno composto la maggioranza, sono chiare: “Secondo la costituzione le coppie dello stesso sesso cercano lo stesso trattamento giuridico di quelle tra persone di sesso diverso, e negare loro questo diritto significherebbe denigrarne le scelte o attribuire loro una individualità ridimensionata”. Il tema, secondo Kennedy, quindi, non è politico come per molti di coloro che protestano negli Usa in queste ore, ma giuridico: le persone sono uguali e devono godere degli stessi diritti. Se a ciascuno di noi piace o non piace l’idea che due persone dello stesso sesso si possano sposare non è un tema che riguarda la Corte Suprema o il diritto.

Cosa cambia?

Molto, ma nella direzione in cui gli Stati Uniti erano già avviati: fino a ieri il matrimonio era legale in 37 Stati su 50 e valeva per il 70 per cento della popolazione. Da oggi, secondo i calcoli della Ucla (University of California, Los Angeles) tre milioni di omosessuali in più avranno questo diritto: Ohio e Texas lo negavano e sono stati piuttosto popolati. E qualunque coppia voglia cambiare Stato avrà diritto agli stessi diritti ovunque.

Dove comincia la storia del matrimonio gay negli Usa?

Forse con gli scontri di Stonewall, a New York, il 28 giugno 1969, quando scoppiarono disordini tra omosessuali e polizia, in occasione di una retata contro i primi. Fu quello il primo atto politico di massa della comunità. La battaglia giuridica per il riconoscimento passa invece, come spesso succede negli Usa, per gli Stati. Nel 1993 la corte suprema delle Hawaii sentenzia che il bando al matrimonio omosessuale potrebbe essere anti-costituzionale. Nel 1996 la risposta conservatrice passa per il Defense of Marriage Act, una legge che norma cosa sia matrimonio e vieta allo Stato federale di riconoscere coppie sposate dello steso sesso. Dal 2003 le coppie gay si possono sposare in Massachusetts, primo a riconoscere il matrimonio. Nel 2007 si unisce il Connecticut, poi New Hampshire, Iowa, Vermont, Washington DC e dal 2011 New York. Da li in poi le leggi sono decine. Parallelamente alcuni stati conservatori a guida repubblicana cambiano le loro costituzioni per stabilire cosa sia il matrimonio che lo Stato riconosce. Per dieci anni la battaglia si combatte a suon di referendum, modifiche costituzionali, proposte di legge. Ma siccome negare i diritti acquisiti è molto complicato, la marea non si ferma e giunge fino alla Corte Suprema e alla decisione di ieri. La storia in questo senso è cambiata rapidamente: qui sotto il mutamento dell’opinione pubblica negli anni secondo le rilevazioni Gallup, fino al biennio 2010-2012 il paese era diviso. Oggi non lo è più: tutti conoscono una coppia sposata, quando le cose diventano concrete le opinioni cambiano.

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Quanti Stati del mondo riconoscono il matrimonio?

Solo ventuno. Gli Usa insomma sono un’avanguardia, nonostante la presenza di una consistente porzione di popolazione conservatrice. Tredici sono in Europa, tre in America Latina, una in Africa.

Come reagiscono i democratici?

Obama ha inviato il tweet qui sotto e fatto una dichiarazione che vedete qui sopra: è un discorso che parte dal principio costituzionale secondo cui “tutti gli uomini sono sttai creati uguali” e che parla di come questo concetto e i diritti che si porta dietro siano mutanti al mutare della società. Hillary Clinton ha cambiato le foto di sfondo dei suoi account social e il simbolo della sua campagna è diventato arcobaleno. E poi prova a fare un po’ di cassa vendendo gadgettistica per matrimoni gay. Con le decisioni su Obamacare e matrimonio la coalizione sociale democratica è più solida.

 

Come reagiranno i conservatori?

Male. Il giudice John Roberts, presidente della Corte Suprema dall’espressione sempre uguale, si è lasciato andare a commenti durissimi: “Ma chi pensiamo di essere?”. L’idea di Roberts è che la decisione dei suoi colleghi abbia trasformato per sempre l’istituzione base della società che ne è il nucleo da millenni. I candidati alle primarie repubblicane mantengono toni diversi. Alcuni, tra questi Jeb Bush e il senatore della Florida Marco Rubio, ribadiscono che secondo loro dio ha stabilito che il matrimonio è una sola cosa ed è sacro, ma si inchinano davanti alla legge. Altri sottolineano che la Corte ha fatto un errore, ma che rispetteranno il giudizio del massimo organo giuridico del Paese. L’ex pastore evangelico Mike Huckabee parla invece di “tirannia giudiziaria e anti-costituzionale e di Corte imperiale”. Altri ancora sottolineano l’aspetto di tirannia federale su una decisione che doveva essere lasciata agli Stati. Quest’ultimo è un tema vero dal punto di vista degli equilibri federali: su molte questioni gli Stati sono gelosi delle loro prerogative. Per il più conservatore di tutti, Ted Cruz, “c’è un problema di legittimità della Corte”. La verità è che la decisione è un favore indiretto ai repubblicani meno estremi: il tema smette di essere discusso se non nelle ali estreme della destra perché ormai è legge. Dover rispondere a domande sul gay marriage per un candidato presidente repubblicano che abbia qualche possibilità di farcela sarebbe stato un gran guaio. Alcune contee dell’Alabama, riporta Vox.com, smetteranno per un po’ di celebrare qualsiasi matrimonio.

@minomazz

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