Ci risiamo. Dopo i fatti di Colonia, la Silvesternacht delle violenze alle donne da parte di gruppi di nordafricani, l’informazione ha segnato di nuovo un passo falso. Gli esempi non mancano. Prendiamo l’ultimo numero di Panorama dove campeggiano decine e decine di foto segnaletiche di uomini con la striscia nera sugli occhi e la scritta “La faccia violenta dell’immigrazione” con tanto di indicazione di un “Capodanno del terrore” anche in Italia. Serena Chiodo di Cronache di ordinario razzismo nell’editoriale del 14 gennaio collega questa copertina al fondo del direttore di un giornale che oltranzista non è, come La Stampa. Dove però Maurizio Molinari ha scritto (qui) sul “branco di Colonia” definendo quello che è successo  “un atto tribale”.

Che cosa sta accadendo all’informazione? Eppure Carta di Roma in un suo recente report del 15 dicembre aveva evidenziato come nel corso del 2015 fossero sì aumentate le notizie relative agli immigrati ma senza che questo fenomeno creasse un aumento della paura.

Ne abbiamo parlato con il professor Carlo Sorrentino, docente di Sociologia dei processi culturali e comunicativi dell’Università di Firenze, studioso dell’evoluzione dei percorsi della notizia – il titolo anche di un suo saggio -, mentre adesso sta ultimando un lavoro sulla formazione dell’opinione pubblica. Più attenzione ai fenomeni complessi, con i giornalisti che dovrebbero diventare ricercatori sociali e prima di tutto, classi politiche che non inseguono l’opinione pubblica ma che cercano davvero di promuovere l’integrazione attraverso l’interculturalità: ecco le proposte del sociologo.

Professor Sorrentino come le è sembrata la reazione dei media dopo i fatti di Colonia?

Modesta, e per un motivo semplice. Continuiamo a fare l’errore che a me sembra più tragico, quando si parla di immigrazione. Cioè si continua a usare una categoria di tipo emergenziale. Nel caso di Panorama o nei casi più classici come Libero, ma anche nel caso di attori sociali, come la Lega, legando l’immigrazione alla sicurezza. Oppure nel senso opposto alla solidarietà. In entrambi i casi – o cacciarli o salvarli – si tratta di logica emergenziale. E invece occorre muoverci in un altro modo.

Quale?

Bisogna prendere atto che questo è il più grande fenomeno del secolo e che non si potrà tornare indietro. Ed è anche un bene, questo, va detto. Quindi il fenomeno va gestito, ma non secondo una logica emergenziale. Poi bisogna considerare che la diversità crea diffidenza.

Come si fa a superare la diffidenza?

L’unico modo è mescolarsi. Quando parliamo di integrazione – che è una bella parola ma molto difficile da realizzarsi – non teniamo conto che l’integrazione non è soltanto costituita da determinate politiche di welfare, che garantiscano l’aspetto formale della cittadinanza. No, l’integrazione è soprattutto quotidianità culturale.

Cosa intende per mescolarsi?

Un Paese a cui dobbiamo guardare è il Canada. A parte il fatto che lì è stato più semplice essendo un mondo nuovo e fatto di immigrati, tuttavia si è lavorato su politiche fondamentali sull’immigrazione. Hanno fatto sì che – al contrario della Francia – gli immigrati non andassero ad abitare nelle zone di periferia ma che fossero diffusi su tutto il territorio. Un fenomento che da noi per fortuna si è verificato, visto che il nostro Paese è fatto di mille comuni. E pur avendo messo in campo pochissime politiche sull’immigrazione e concentrate magari su determinate regioni, noi vediamo che in Italia il fenomeno è meno drammatico rispetto ad altri Paesi. Dovremmo perseguire quindi dei progetti legati più all’interculturalità che alla multiculturalità.

E i media allora come si devono muovere in questa situazione?

I media operano soprattutto in una logica di etichettamento. Hanno poco tempo e devono inevitabilmente stereotipizzare, per cui c’è il bianco e nero, il buono e il cattivo ecc. Questo è un problema serio. Si tratta di una modalità di rappresentare la realtà che non funziona più e che non può fermarsi alla semplicità classificatoria dei decenni scorsi, perché tutti i fenomeni sociali – prendiamo per esempio le unioni civili – sono fenomeni complessi.

Qual è l’errore maggiore che  stanno facendo adesso i media?

Quello di derivare i comportamenti sessisti – se parliamo di Colonia in particolare – alla cultura religiosa di appartenenza. Certo, sicuramente esiste un problema che determinate culture dei migranti sono culture in cui i rapporti tra i sessi sono molto verticali e subordinati, ma è la religione o una tradizione culturale a dire questo? Lo squilibrio del rapporto tra i sessi è molto maggiore in Italia rispetto ai Paesi scandinavi, per esempio. Ma questo non dipende direttamente dalla religione. Ma questo ragionamento i media non lo fanno.

Ma cosa dovrebbero fare, approfondire, studiare?

Dovrebbero imparare dei metodi di lavoro che sono un po’ più riflessivi. Capisco che i media devono categorizzare, perché devono uscire tutti i giorni, tutti i minuti. Non ci si può aspettare un trattato sociologico. Però chi fa questo mestiere, sempre più fondamentale, dovrebbe avere la mente sgombra da pregiudizi e riflettere sul senso di quello che accade, senza rifugiarsi in facili categorie. I media purtroppo avallano la logica da curve calcistiche che ormai pervade la società. Questa è una logica dell’appartenenza – o sei con me o sei contro di me – ma i media dovrebbero rappresentare i fenomeni con un’altra logica, quella della distinzione. Per il mescolamento noi dobbiamo cercare di discernere. Diciamo che è un problema quasi di tipo ontologico. Voi giornalisti dite che vi limitate ai fatti, io dico che da un po’ di anni delimitate i fatti. Ma se tu hai questo compito di rendere visibile una cosa rispetto ad un’altra devi riflettere bene perché la rendi visibile. Mi sembra però che non c’è una grande consapevolezza di questo.

A differenza di dieci anni fa quando il flusso continuo di notizie non c’era, non le sembra che oggi il giornalista dovrebbe avere competenze diverse?

Sono assolutamente d’accordo. Credo che il giornalismo dovrebbe distinguersi in tre fasi. Un po’ come succede con i medici. Quando ti laurei vai a fare la guardia medica, una fascia basic, diciamo, questa è la breaking news. Poi ci sono gli altri livelli, la capacità di interpretazione di quelle notizie, la cosiddetta curation. Fino ad arrivare al ruolo del giornalista che diventa sempre più vicino a quello del ricercatore sociale. A me piacerebbe che nascessero delle joint venture tra gli editori e le università. I giornalisti di domani dovrebbero nascere non nelle attuali scuole di giornalismo ma in una sorta di factory dove si impari proprio a pensare in maniera riflessiva. Insomma, in un mondo complesso anche il sistema dei media dovrebbe diventare più complesso. Invece adesso i media sono un po’ spenti, tra la logica tradizionale della fretta e del mercato. Certo, questa funziona perché se pubblichi notizie di Belen e Balotelli vendi, ma perdi l’altra gamba del giornalismo che è quella del valore sociale.

A proposito del valore sociale, l’ultima domanda riguarda la scarsa reazione dei giornali rispetto ad una frase del presidente del consiglio Matteo Renzi che – rimandando la depenalizzazione del reato di clandestinità – ha motivato questa decisione per “la percezione di insicurezza da parte dei cittadini”. Non le sembra che una frase del genere crei ulteriore allarme?

Questo è il vero problema. Al di là dei giornalisti, se la classe dirigente politica abdica a un ruolo di costruzione dell’opinione pubblica e invece la insegue, viene meno alla sua funzione. Perde senso, ed è il problema più grande delle democrazie occidentali in questo momento. Se si dice che c’è una percezione di insicurezza fai due danni: da una parte non cerchi di incidere sull’opinione pubblica, dall’altra, inseguendola, produci quella che si chiama una profezia che si autoadempie. Se io infatti sento una frase del genere allora penso davvero che la situazione sia grave, ingenero più sfiducia. Questo è il grande problema delle classi dirigenti – e io ci metto anche i giornalisti – che inseguono l’opinione pubblica e poi ne diventano vittime.

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