«Scrivo questa nota la notte del 7 marzo 2016, nell’ottantesimo anniversario della nascita di Georges Perec, che subito dopo la seconda guerra mondiale era un bambino senza ricordi d’infanzia». Inizia così la prefazione di Paolo Nori all’opera collettiva promossa dall’Arci in uscita per settembre da Marcos y Marcos con una domanda che già nel titolo Ma il mondo, non era di tutti? è un urlo contro la violazione costante dei diritti umani. Perec – i genitori persi da piccolo, la guerra, “un’assenza di storia” – «è cresciuto in un mondo, l’Europa occidentale del dopoguerra, che a me sembra l’abbia protetto dalla sua solitudine e abbia avuto interesse a tramandare la sua storia», scrive Nori. E oggi? «Una della domande che credo salteranno fuori da questa antologia è: il nostro mondo, è in grado di proteggere qualcuno dalla sua solitudine? Gli interessa tramandare le storie dei Perec di oggi?», scrive sempre nella prefazione. Tutta «da comporre» l’antologia che sarà presentata da Paolo Nori  venerdì 13 maggio a Pozzallo per Sabir, il festival delle culture diffuse del Mediterraneo (qui il programma). Partecipano alla “composizione” dell’antologia autori molto diversi tra di loro, Emmanuela Carbè, Francesca Genti, Carlo Lucarelli, Monica Massari, Antonio Pascale e Christian Raimo, con incursioni di disegnatori come Gipi e Giuseppe Palumbo.

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Paolo Nori, qual è la forza (o il senso?) della parola oggi di fronte alla forza della ragion di stato e della paura?
Qual è la forza della parola è una bella domanda. In letteratura, io ho l’impressione che la letteratura abbia una forza che equivale alla forza di gravità. Ci si può opporre alla forza di gravità? Io non ci riesco.
Nella prefazione parli di Georges Perec, della sua vita e dell’“assenza di storia”. Oggi vale per i migranti, per gli stranieri, ma vale anche per noi, persi in un presente di solitudine?
Monica Massari, in un saggio del 2013, riporta la testimonianza di un ragazzo ghanese, che ha dovuto attraversare il deserto per arrivare in Libia, e che è stato abbandonato dalla guida che aveva pagato, e che ha dovuto, coi suoi compagni di viaggio, proseguire da solo, a lume di naso, orientandosi con i cadaveri, se c’era un cadavere voleva dire che c’era una strada, e a un certo punto, di notte, avevan visto la luna e avevan pensato che, siccome c’era una luce, fossero delle case, e avevan seguito la luce della luna. Mi sembra che, al confronto, il nostro presente di solitudine sia abbastanza desiderabile.
Gli uomini nascono liberi e uguali, ricordi citando la Dichiarazione universale del 1948. E parli anche di fraternità. Ti faccio la domanda che c’è anche nella prefazione: ha ancora senso tutto questo in Italia?
La Dichiarazione dei diritti dell’uomo dice che: «Tutti gli esseri umani nascono liberi e uguali in dignità e diritti. Sono tutti dotati di ragione e coscienza e devono agire gli uni con gli altri con uno spirito di fraternità». Quando leggo queste cose mi viene in mente quel che diceva uno scrittore russo che si chiama Aleksandr Zinov’ev in un libro appena ripubblicato da Adelphi, Cime abissali, quando diceva che tutto quello che ufficiale, è falso. Io sono di Parma, e a Parma si dice «essere falsi come una lapide». Ecco questa dichiarazione dei diritti dell’uomo è come se fosse scolpita nel marmo, ma è vera? L’idea che siamo stati così civili da aver costruito un mondo dove tutti sono uguali è un’idea vera? L’antologia credo si muoverà in questa direzione.
Hai scritto il Manuale del giornalismo disinformato. Cosa significa?
Il Manuale pratico di giornalismo disinformato è un romanzo, e io non sono capace di spiegare, in due righe, cosa significa un romanzo. Né credo che la letteratura serva per informare. Per informare ci sono altri strumenti, la letteratura mi sembra faccia un giro diverso, secondo Šklovskij rende il mondo più mondo, serve per far sì che la pietra sia pietra, e una cosa simile la dice Agamben, quando dice che la letteratura (o l’arte) non serve per rendere visibile l’invisibile ma per rendere visibile il visibile.
E quando penso a questa cosa mi viene in mente l’esempio di quegli antropologi bolognesi che qualche decennio fa avevano invitato un cantastorie senegalese, uno che scriveva delle storie e poi le metteva in musica e le cantava ai suoi concittadini, l’avevano invitato a Bologna e gli avevano detto di osservare i bolognesi e di scrivere poi una canzone su di loro da cantare ai senegalesi e lui, tra le altre cose, aveva scritto che in Europa, al mattino, succedeva una cosa stranissima, c’era un sacco di gente che andava in giro legata ad un cane.
Che, per uno che non ha mai visto un guinzaglio, e non ha idea neanche di cosa sia, è esattamente quello che succede tutte le mattine, anche sotto casa mia, solo che vederlo è difficile, perché io son così abituato, ai guinzagli, che ho smesso di vederli, e con l’Emilia, mi sembra, succede la stessa cosa, e è per ovviare a questa mancanza di intelligenza nel mio sguardo, che secondo Agamben e Šklovskij esistono l’arte e la poesia.
L’arte, ha scritto Agamben, lo ripeto, non serve per rendere visibile l’invisibile, serve per rendere visibile il visibile e questa cosa, con l’Emilia, cioè con la realtà che trovo sotto casa mia, a me è successa grazie alla fotografie di Luigi Ghirri.
E allora raccontaci cosa hai provato vedendo le immagini di Ghirri.
Prima di vedere le fotografie di Luigi Ghirri, se pensavo all’Emilia io pensavo a poche cose, ai pioppi e al fiume Po, prevalentemente; c’erano queste immagini campestri che non avevano niente a che fare con le mie giornate, abito lontano dai pioppi e dal Po, ma che erano da qualche parte nella mia testa dentro una cartellina con su scritto «Emilia».
Dopo che ho visto le fotografie di Ghirri, mi sono accorto che in Emilia ci sono anche i distributori di benzina, i semafori, le fermate dell’autobus, la neve, i bambini che si vestono da Batman per carnevale, i gommisti, le saracinesche, le pubblicità, il cielo. Lui, Ghirri, con le sue fotografie, è come se avesse preso con due dita l’imballaggio che avvolgeva l’Emilia, sotto casa mia, e avesse tolto dal loro imballaggio che li rendeva invisibili i distributori di benzina, i semafori, le fermate dell’autobus, la neve, i bambini che si vestono da Batman per carnevale, i gommisti, le saracinesche, le pubblicità e il cielo che c’erano sotto casa mia e io adesso, è incredibile, riesco a vederli, e la cosa è ancora più incredibile se si considera che Ghirri, sotto casa mia, probabilmente, non c’è mai neanche passato.
Ecco, se noi andassimo, con la nostra antologia, in quella direzione lì in cui è andato Ghirri con le sue fotografie, mi sembra che faremmo una bella cosa.

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