I gendarmi innalzati a Presidenti e poi buttati giù, quando più che inservibili erano diventati testimoni scomodi. Generali con un ego ipertrofico, e fame di denaro oltre che di potere, che cercano legittimità non dal libero pronunciamento dei popoli (che è ben altra cosa dal rito falsato di elezioni taroccate) ma dalle avide cancellerie occidentali  o dalle munifiche petromonarchie del Golfo. Benvenuti a “Risiko Tremila”: dove al posto dei carri armati ci sono le figure di “Faraoni”, “Califfi”, “Sultani”, “Rais” che dalla polvere finiscono sull’altare e dall’altare precipitano in galera o sulla forca o con una pallottola in testa. Cambiano le carte ma non i mazzieri. Che sono sempre gli stessi. I mazzieri che decidono chi sale e chi scende ad Ankara, come al Cairo, a Tripoli come in Mali, e l’elenco potrebbe proseguire a lungo, hanno sedi reperibili, stanze ovattate dalle quali muovono le pedine di questo “Risiko Tremila”: la Casa Bianca, l’Eliseo, Downing Street…

Se esistesse una sorta di “album Panini” dei dittatori inventati tali e poi abbattuti, le pagine dovrebbero essere davvero tante per contenere figurine e storie che hanno marchiato, e insanguinato, decenni di storia. Pensiamo solo a Saddam Hussein, a Hosni Mubarak, a Muammar Gheddafi, ed oggi a Bashar al-Assad, a Recep Tayyp Erdogan, ad Abdel Fattah al-Sisi. Ognuno, naturalmente, ha caratteristiche peculiari, legate al particolare momento storico-politico in cui hanno operato, e alla specificità dei Paesi che hanno scalato, e spesso ridotto a un cumulo di macerie o a stati di polizia dove la tortura è la normalità e l’eliminazione di ogni oppositore – sia esso un politico, un blogger laico, un attivista dei diritti umani, un giornalista indipendente – è il modus operandi per perpetuare il proprio dominio.

Storie diverse, dicevamo, ma, a ben vedere c’è un filo nero che le unisce: nessuno di costoro sarebbe diventato un dittatore-presidente se non avesse avuto il sostegno, politico e militare, dell’Occidente “libero e democratico”. Niente, davvero niente, delle discese ardite e delle risalite di dittatori nel grande Medio Oriente, si è determinato al di fuori o contro le determinazioni delle grandi potenze neocoloniali. L’investitura, e l’archiviazione spesso violenta, di “Sultani”, “Colonnelli”, Rais e “Califfi”, è parte del neocolonialismo occidentale che non ha mai smesso di funzionare, rimodulando, ma neppure tanto, gli strumenti dell’agire ma non i fini. Che restano gli stessi di sempre: usare dittatori senza scrupoli spacciandoli per il “male minore”, come “argini al terrorismo”, ma la cui funzione era e resta quella di garantire gli interessi economici e le mire geopolitiche dei “soliti noti”. In nome della guerra al terrorismo, vero o presunto, tutto si giustifica: stati d’emergenza di durata trentennale, minoranze asfaltate (e non è una metafora ma la tragica realtà, come ben sanno i curdi sottoposti alla cura-Erdogan), oppositori che spariscono nelle prigioni del regime per essere ritrovati, neanche tutti, cadaveri segnati da torture bestiali (Giulio Regeni docet). 

Ricordo ancora un passaggio di una conversazione avuta alcuni anni fa con il premio Nobel per la pace egiziano Mohammed El Baradei. Anche allora – si era nel vivo di una difficile transizione sfiorita nella controrivoluzione militare di al-Sisi – l’Egitto era alle prese con la minaccia terroristica, specie nel Sinai.  «Ma la lotta al terrorismo – ebbe a rimarcare El Baradei – non giustifica la riduzione degli spazi, già angusti, di democrazia, non legittima il ricorso alla legge marziale. La sicurezza non può essere il pretesto per conculcare le libertà di un popolo. Il vero antidoto agli estremismi è la democrazia». E aggiunse: «Giustizia sociale e stato di diritto sono le due facce della stessa battaglia di libertà».  Per aver pensato, detto e praticato, queste convinzioni, Mohammed El Baradei è costretto da anni a vivere in esilio a Vienna…

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