Il mondo sta franando sotto i nostri piedi, l’equilibrio che, bene o male, aveva garantito 70 anni di pace e di libertà forse si sta rompendo. Ma facciamo fatica ad accorgercene. Mi viene in mente il titolo a tutta pagina del Corriere della Sera quel 28 giugno del 1914: “Il passaggio agli articoli sui provvedimenti tributari approvato alla Camera”. Quel giorno a Sarajevo un serbo bosniaco di 19 anni, Gavrilo Princip, avrebbe ucciso Francesco Ferdinando, arciduca d’Austria. Fu il pretesto per scatenare la Grande guerra, peraltro preparata da una lunga crisi degli Imperi e da accordi più o meno segreti tra le potenze europee. Eppure la nostra attenzione era concentrata, un secolo fa, sul “passaggio agli articoli” della legge tributaria, come oggi può esserlo sul compromesso tra Italicum e Mattarellum proposto dal senatore Fornaro.

Il primo sintomo della rottura dell’equilibrio è nella contrapposizione tra masse ed élite. Basta gridare contro politici, alti magistrati, banchieri e giornalisti per strappare l’applauso. Un popolo di cittadini, probi e meno probi, ritiene che la corruzione e la cura dei propri interessi a scapito di quelli collettivi sia la caratteristica peculiare di chiunque stia “in alto”. Naturalmente, gravissime sono le colpe delle élite. Perché esse si mostrano sempre più autoreferenziali. Perché si trasformano in vestali di un pensiero unico che non contempla alternative e ridicolizza ogni idea (o aspirazione) di cambiare l’ordine delle cose. Perché parte di tali élite grida più forte del popolo arrabbiato e sbandiera assurde ricette, razziste e nazionaliste.

Il secondo sintomo presenta una tendenziale rottura tra globalizzazione delle merci e mondializzazione di diritti e libertà. La pubblicità prima, poi la fabbrica dei sogni (il cinema), la televisione e infine internet, presentavano i due termini – libera circolazione di merci e capitali, crescita dei diritti e delle libertà – come indissolubili. Ora invece l’anti mondializzazione islamica, il disagio mentale estremo che trova comode isole nei social network, il timore di perdere il proprio status sociale e la paura di essere circondati da un mondo più povero e ostile, tutto ciò sembra suggerire che sia meglio rinunciare a qualche dirittio e a talune libertà. La stessa democrazia appare un lusso e ormai ci si chiede come difendere Londra e Bruxelles dal voto propolare pro Brexit, l’America da una possibile vittoria di Trump e la Turchia dal suo presidente democraticamente eletto.

In più stanno crollando le alleanze strategiche e militari che avevano garantito 70 anni du pace nel recinto dell’Occidente. Qui i fatti di Turchia appaiono nela loro gravità. Prima Erdogan ha provato a usare l’Isis per mettere le mani sulla Siria e regolare il problema curdo, a costo di sfidare gli Stati Uniti e di rischiare uno scontro militare con la Russia. Ora accusa gli americani di voler comandare in Turchia usando Gülen e i militari golpisti, ora corre da Putin e ricatta l’Europa con i migranti. Ma la Turchia ha il secondo esercito dell’alleanza atlantica, sono in Turchia le basi che permettono agli Usa di vigilare sul Siraq, mentre i rapporti Nato-Russia sono tesi per via del confronto in Ucraina e delle sanzioni economiche. La Nato entra nella crisi.

Una politica alternativa potrebbe e dovrebbe pretendere il rispetto dei diritti e delle libertà in tutto il mondo, anche da parte di chi è stato democraticamente eletto. Dovrebbe offrire un negoziato serio a Mosca e Teheran per eliminare Daesh, mettere in riga Ankara e Riad, favorire la nascita di una federazione curda multinazionale tra Iraq, Siria e Turchia. Dovrebbe!

L’editoriale è tratto da Left in edicola dal 23 luglio

 

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