Al festival di Venezia Andrej Konchalovsky ha ricevuto il Premio Bresson e il Leone d’argento per il film Paradise. Il film è una riflessione sull’Olocausto e l’ideologia nazionalsocialista in un elegante bianco e nero, svolta con stile impeccabile attraverso tre personaggi che raccontano la loro vicenda da un indefinito oltremondo. 79 anni, il regista russo è autore di molti lavori, diversi fra loro, come Maria’s Lovers, Tango & Cash, The Postman’s White Nights.
Da quanto tempo aveva l’idea di Paradise e come è arrivato alla composizione drammaturgica dei tre personaggi – la contessa russa ebrea, il funzionario di polizia francese collaborazionista e l’ufficiale nazista – che raccontano la loro vicenda?
Di solito ogni storia proviene da un tempo interiore molto lungo, lavora dentro per 10, 15 anni. Alcune idee, dettagli maturano lentamente, ma non è una storia su tre, due, quattro personaggi, bensì qualcosa di giocato sulla seduzione dei volti, la storia non è importante.
Quanto tempo avete impiegato per stendere la sceneggiatura?
Mah, non saprei… forse non più di tre settimane.
Solo tre settimane?
Ma sì, perché tutto proveniva da anni e anni di lavoro e di vita. C’era una lunga riflessione confluita in tre settimane di scrittura.
Nel film sembra che ciascuno dei personaggi coltivi un’idea di paradiso sulla terra destinata ad infrangersi contro il reale. In particolare, la Germania crea e promuove una ideologia e vi aderisce, sterminando folle di innocenti. Questa lucida costruzione del pensiero fa vacillare e resta difficile da comprendere. Che cosa scuote di più?
Penso che sia tutto un’illusione…
Ogni tipo di ideologia, secondo lei, è un’illusione?
Certamente, è un’illusione. Ogni cosa è una mera illusione e ogni illusione non fa altro che trasformarsi in un’altra illusione. L’unica non-illusione è la morte e non ne conosco altre.
Anche il marxismo e la religione?
(pausa) Certamente, sì, sì.
È stata questa idea dell’illusorietà o un progetto estetico che l’ha guidata nel film?
Non lo so, io faccio il film come se lavorassi all’arrangiamento di una musica, e questo è tutto. E comunque preferisco non entrare in questo tipo di discorsi, perché rischiano di essere masturbazioni mentali…
Non ama parlare del senso o della costruzione del senso nella sua opera?
Se io spiego il senso del mio film, ho fallito in ciò che mi ero prefissato di fare. Qualunque cosa ciascuno pensi sul film sicuramente ha ragione…
L’esposizione dei fatti da parte dei tre personaggi avviene di fronte alla macchina da presa fissa, sta suggerendo che il pubblico è l’unico destinatario delle domande irrisolte dei tre personaggi?
Penso che i volti umani siano molto interessanti da osservare, se gli attori non stanno recitando e si dispongono ad una sorta di confessione. Non mi preoccupo del pubblico. Faccio i film per me stesso e sono molto soddisfatto che ci sia qualcuno che se ne interessa ed io sia interessato ad ascoltare ciò che pensa, e questo è tutto. Molto contento di questo, nulla di più.
Mi sembra di sentire le parole di Bresson…
Non solo Bresson, anche Bergman, Bunuel, un certo cinema… I grandi autori si muovono su questa linea.

Chi è

Il regista russo Andrej Konchalovsky (fratello del cineasta Nikita S. Michalkov) aveva vinto il Leone d’Argento nel 2014 con The Postman’s White Nights. Quest’anno, a Venezia 73, ha fatto il bis con il dramma in bianco e nero Paradise. Lunghissima la sua carriera, iniziata da giovane collaborando a L’infanzia di Ivan di Andrej Tarkovskij. Il suo secondo film uscito nel 1968, La felicità di Asja, fu censurato per un certo realismo sulla vita nei kolchoz. Poi la consacrazione nel 1971 con il pluripremiato Zio Vanja, film che godette dell’ampia distribuzione sovietica.

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