Elisa risponde al citofono e dopo qualche minuto entra in casa Gianni, il quale saluta e si mette subito all’opera per riparare la lavatrice. Dieci minuti e la pompa per la centrifuga è sostituita: Gianni compila la ricevuta e incassa uno “strano” compenso. La padrona di casa estrae dal portafogli 60 euro e 15 Scec e il tecnico registra entrambe le voci: la prima, in euro, come cifra incassata, la seconda come voce di sconto del 20% in cambio di “banconote” Scec, quindi non soggetta ad Iva. Che ne farà Gianni di questi foglietti colorati simili ai soldi del Monòpoli? Dove li ha presi Elisa? «Lavoro la sera per pagarmi gli studi e l’affitto, ma non basta» racconta la ragazza, «così nel tempo libero preparo torte agli amici. Dato che mi vergogno di chiedere soldi, dopo che mi sono stati offerti la prima volta ho cominciato a scambiare Scec. Io li chiamo le monete solidali».

Come ti attivo l’economia locale
La definizione è tecnicamente discutibile ma va dritta al cuore della questione. «Passando di mano in mano, lo “sconto” rappresentato da quel pezzetto di carta crea ricchezza localmente, evitando di disperderla al di fuori del circuito territoriale» ci spiega Pierluigi Paoletti, presidente e fondatore di Arcipelago Scec, l’associazione che promuove il sistema di scambio locale. Da analista finanziario, Pierluigi ha verificato da vicino i reali interessi che ruotano attorno alle politiche monetarie e alla finanziarizzazione dell’economia. E ora racconta: «Oltre a darli a Gianni per la riparazione, nella bottega sotto casa, Elisa paga parte degli ingredienti per le sue torte con gli Scec: così la liberalità, il regalo fatto ai clienti abituali riattiva un’economia, perché il commerciante può ragionevolmente pensare di recuperare parte della cifra che incassa in Scec, e che invece avrebbe perso riconoscendo lo sconto, quando farà un acquisto presso altri commercianti». Contrariamente alla moneta con corso legale, accumulare Scec (acronimo che per inciso sta per “solidarietà che cammina”) non ha senso: non a caso vengono immessi nel circuito gratuitamente, perché è solo il loro utilizzo in una comunità legata da fiducia reciproca che innesca il meccanismo virtuoso e potenzia l’economia reale. Un modo per “facilitare” gli scambi sui territori, fidelizzare le clientele ed evitare che i nostri soldi finiscano in circuiti economici che non investono localmente, come i franchising monomarca o la grande distribuzione.

L’euro insostenibile
Lo Scec è uno dei tanti strumenti di compensazione messi in campo localmente per far fronte agli squilibri creati nelle economie occidentali e accentuati nell’Eurozona dall’avvento della moneta unica. Come conferma nel suo ultimo libro – The Euro and its Threat to the Future of Europe – il Nobel Joseph Stiglitz, le condizioni imposte alla costruzione dell’euro dai trattati di Maastricht hanno accentuato gli effetti della crisi economica. E la moneta unica, vincolata al monopolio privato della Banca centrale europea, è diventata più uno strumento utile alla sopravvivenza di banche e finanza che un veicolo di scambi commerciali nell’economia reale. «Perfino la forte immissione di liquidità operata dalla Bce – riprende Paoletti – piuttosto che tramutarsi in prestiti alle imprese e alle famiglie è stata trattenuta dagli istituti di credito e investita in finanza, con il paradosso che siamo in pieno credit crunch, le banche cioè non concedono crediti per paura di non vederli ritornare, proprio in un momento in cui c’è una liquidità mostruosa a livello finanziario». Così si spiegano da un lato le diseguaglianze crescenti e dall’altro il fiorire di strumenti e strategie di correzione messi in campo dal basso.

Continua su Left in edicola dall’ 1 ottobre

 

SOMMARIO ACQUISTA

Commenti

commenti