Ci preparavamo a dar voce alle popolazioni del Centro Italia sfollate dopo i terremoti di agosto e di ottobre, la mattina del 18 gennaio. Volevamo raccontare la loro attesa nel vedere mantenute le promesse fatte dal governo: i container entro Natale 2016, le casette (i cosiddetti map, moduli abitativi provvisori) tra la primavera e settembre 2017 e poi la ricostruzione. Anche quella – urgente – delle aziende che non possono aspettare perché se non torna il lavoro, sull’Appennino, non torneranno neanche le persone. Ma è arrivata la nuova sequenza sismica quella mattina del 18 gennaio – accompagnata a Roma dall’assurda “emergenza” delle scuole sgomberate – e dopo qualche ora la notizia della valanga che ha portato via e sommerso l’hotel Rigopiano, sopra il comune pescarese di Farindola. Poi i riflettori sui soccorsi, la speranza riaccesa dopo il ritrovamento di alcune persone in vita, il dolore per i morti.
Nelle stesse ore, nella stessa provincia di Pescara, a Teramo e Chieti, migliaia di persone restavano per ore e in molti casi per giorni senza corrente elettrica. E centiniaia di chilometri più a Sud, l’emergenza maltempo “metteva in ginocchio” – così dice in questi casi la tv – Messina e Reggio Calabria.

Che Italia è questa? Che non adegua il proprio patrimonio edilizio alle norme antisismiche? Che non impedisce di realizzare edifici nelle (tante) zone a rischio sismico o idrogeologico. Che non riesce a garantire l’attuazione dei piani anti-neve nei territori e non prende atto dei fenomeni meteorologici estremi sempre più frequenti. Che lascia migliaia di persone senza elettricità per giorni. La parola che sintetizza ciò che manca l’ha pronunciata il capo della Protezione civile Fabrizio Curcio: «Pianificare significa fare prevenzione», ha detto. «È inutile che poi ci accorgiamo di questi meccanismi solo e unicamente quando c’è l’evento eccezionale».

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