Massimo Fagioli è scomparso lunedì 13 febbraio. Domani 18 febbraio il saluto alle ore 10 in via Roma Libera 23, luogo in cui dal 1980 si tenevano i seminari di Analisi collettiva.

Mi sono sempre chiesto perché si piange. Sono due giorni che non faccio altro. Massimo Fagioli sono sicuro avrebbe avuto una risposta bella, delle sue. Straordinaria, come sempre. Non ho mai avuto occasione di chiederglielo perché avere a che fare con Massimo Fagioli era tutto fuorché piangere. Era una continua sfida al pensiero, all’intelligenza, all’emozione. A trovare dentro di sé parole e idee nuove che però non erano mai adeguate, mai abbastanza profonde come quelle che riusciva a trovare lui e a regalarti in cambio di niente. Voleva che tutti, senza distinzione, realizzassero un di più, un meglio. Il di più e il meglio era la realizzazione di nuova umanità. Una capacità di amare. Una capacità di sentire. Perché la sua guerra, per tutta la vita, è stata contro l’anaffettività, il non sentire. Aveva elaborato un pensiero nuovo che permette di comprendere la verità più profonda del pensiero umano, la sua origine, la sua fisiologia e la sua patologia. Qualcosa di mai esistito nella storia dell’uomo. Massimo Fagioli interpretava i sogni per curare la malattia mentale.  E poi, quando la malattia scompariva, interpretava i sogni per fare ricerca. Ricerca sulla realtà mentale. L’interpretazione del sogno evidenziava il pensiero nascosto, la genialità del pensiero non cosciente che vedeva “oltre”. A volte, è vero, può essere capitato di piangere. Ma erano lacrime di realizzazione di un nuovo per una separazione dal passato.

Aver partecipato all’Analisi collettiva è stato un privilegio unico. È una storia che dovremo riuscire a raccontare. Non so come e non so quando. Fa parte dell’obbligo di essere esseri umani che lui ci ha fatto conoscere e realizzare. Il suo scopo è sempre stato la realizzazione dell’altro. Sempre. Il suo rapporto con l’altro essere umano puntava sempre a questo, ogni attimo della sua vita Massimo Fagioli ha pensato a questo.

Ho avuto il privilegio e l’onore di lavorare con lui per tanti anni. Anni bellissimi. Ogni volta erano invenzioni sempre nuove, con una fantasia e un amore per gli altri che non ho mai trovato in nessun altro. Una volta dissi in un’intervista che Massimo Fagioli era un genio. Lui fu felice di questa mia battuta. Per me è sempre stata l’unica verità possibile perché era la realtà. Aveva una mente che era una fonte inesauribile di idee e pensieri. Una bellezza unica. Irripetibile. Lavorando con lui ho avuto il privilegio di correggere l’articolo che inviava puntuale ogni settimana. Il sabato, verso le 13 mi chiamava, per dettarmi “i grassetti”, “i verdini”, “il sopratitolo”. Poi si parlava a volte di politica, a volte di cultura, a volte di fisica, a volte di Melania, mia figlia: “Dai un bacione alla pupa!” mi diceva. Ogni volta mi ringraziava. E io dicevo sempre “no, grazie a te!”.

Negli ultimi due mesi magari era solo un messaggio. Ma sempre puntualissimo. Mai una volta, nemmeno una, è mancato all’appuntamento. Ha continuato a scrivere. Sempre. L’ultima volta Massimo l’ho sentito domenica 5 febbraio. Pochi minuti, per correggere l’articolo, come sempre. Una virgola, una parola da sistemare, poche cose perché era sempre perfetto Mi ha detto “Melanina è felice!”. Aveva un rapporto più che speciale con i bambini. Unico. Marcella Fagioli lo ha raccontato nel dicembre del 2015: «Una storia, una ricerca, una teoria che rende l’infanzia felice».

Anche questa settimana troverete in fondo al giornale la rubrica di Massimo Fagioli. Con il suo disegno, le tre strisce colorate, la campanella verde e la sua foto. Ha scritto questo articolo pochi giorni fa. Abbiamo deciso di lasciarla là dove è sempre stata, come voleva lui. Diceva «È meglio che io stia in disparte. Io sono difficile, andate avanti voi, ora tocca a voi».

Oggi dedichiamo tanta parte del giornale a lui. È qualcosa che ci necessita da dentro, da quell’obbligo di essere esseri umani. Un riconoscimento necessario. Non so perché gli esseri umani piangano. So per certo che è una caratteristica solo umana. Forse è una memoria di quando sono nati, quando si realizza quella fusione silenziosa tra materia ed energia che fa il pensiero umano. Forse qualcosa di più e meglio lui lo avrebbe potuto dire con il suo magnifico linguaggio. Mi torna in mente il finale di Diavolo in corpo. Le lacrime che fanno un volto nuovo sul viso della protagonista femminile. La realizzazione di una donna. «Separarsi costringe ciascuno ad essere se stesso, a realizzare la propria identità, senza confusioni. A rischiare, a cercare sempre qualcosa di nuovo. Da soli. Senza protezioni». Ciao carissimo Massimo. Ci mancherai tanto, tantissimo. Ma sono certo che ce la faremo… anche stavolta, grazie a te.

L’editoriale è tratto dal numero di Left in edicola

 

SOMMARIO ACQUISTA

Commenti

commenti