Questo numero di Left arriva tra le mani del lettore mentre arriva la notizia che il governo abolisce i voucher e reintroduce la responsabilità solidale negli appalti tra committente e appaltatore. È una risposta al timore di questa maggioranza di finire di nuovo sotto in una consultazione popolare (la sconfitta del 4 dicembre è ancora cocente). Il governo ha prima deciso che gli italiani avrebbero dovuto votare il 28 maggio e poi invece di legiferare sulla materia. La mobilitazione promossa dalla Cgil ha raggiunto l’obiettivo. Ora staremo a vedere in che direzione andrà l’esecutivo con le nuove norme su materie che – insieme tante altre sulle quali si è legiferato in questi anni – sono tra i simboli di quello che Vincenzo Visco, riferendosi alla flat tax cui dedichiamo la copertina, definisce «neoliberismo post mortem». Già, perché guidati dalla retorica della deregulation partita con Berlusconi e completata in epoca renziana, abbiamo fatto strame di diritti e sicurezze, salvo poi accorgerci in fretta che il Jobs act aveva creato nuova precarietà, mentre l’abolizione dell’articolo 18 spianava la strada ai licenziamenti facili.

Intanto il mondo cambiava, ma noi non ci accorgevamo che gli altri, almeno quelli che si dicono di sinistra, in Europa e non solo cambiavano direzione. Loro, quelli che vogliono costruire la nuova sinistra lontano da terze vie e altre scorciatoie pericolose, ragionano sui lati oscuri della globalizzazione e sui guasti causati dal prevalere dell’economia (e della finanza) sulla politica, sulla tassazione della rendita finanziaria e sul reddito minimo garantito. Sulle opportunità offerte da una ricchezza diffusa e sui guasti causati dalla forbice sempre più larga tra l’1% ricco del Pianeta e il 99% che arranca. I nostri ragionamenti invece sono ancora fermi a come fare concorrenza al ribasso: gli ingegneri che costano meno, le tasse che devono essere più basse per attrarre i super-ricchi, il lavoro che deve avere meno tutele per dare mano libera al mercato e ai suoi paladini. Il messaggio è sempre quello della “casa delle libertà”, per chi se la può permettere però. Usciamo – o almeno speriamo di farlo – da un quarto di secolo in cui contava essere furbi, in cui “fare un po’ di nero” era necessario e in cui pagare a cottimo un bracciante, un operaio o un creativo era già tanto. Della serie: “Di questi tempi che hai da lamentarti?”.

Ma la primavera è arrivata e i tempi possono non essere sempre cupi: è il momento di tornare a far respirare i diritti. Di un respiro profondo e lungo, alla luce del sole. Voucher o non voucher, occorre fare insieme una riflessione sul Paese che vogliamo. Non quello che strizza l’occhio ai miliardari sperando di ricevere in cambio una mancetta, ma quello in grado di guardare dritto negli occhi il futuro, a testa alta. Quello per il quale la giustizia sociale è l’aria di cui riempirsi i polmoni. L’aria nuova che serve a cambiare stagione.

L’editoriale è tratto dal numero di Left in edicola

 

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