Le file per le primarie del Pd e i click del movimento Cinque Stelle, le firme della Cgil per il referendum sui voucher e quelle delle petizioni online lanciate dai cittadini su Change.org. Nel dibattito italiano sul rapporto tra Rete e democrazia, il luogo comune degli internet-entusiasti vuole un contrasto netto tra l’ascesa dei movimenti online e il declino dei partiti, tra il potere dei social media e la crisi delle organizzazioni tradizionali. Questa contrapposizione, però, è piuttosto superficiale e quantomeno fuorviante.

L’innovazione tecnologica non può essere ridotta a un pretesto per lo scontro tra progresso e conservazione, tra nuovo e vecchio, quasi tra bene e male, secondo la brutale retorica del movimento di Grillo e Casaleggio. A generare questa confusione, infatti, non poco ha contribuito il modo con cui è stato presentato il M5s, che si è intestato l’uso virtuoso della Rete in politica, nell’inerzia del fronte progressista, dai partiti alle associazioni, ai media.

Se questo è successo finora in Italia, negli Stati Uniti, dove la Rete è nata, la politica progressista ha saputo utilizzare con creatività gli strumenti offerti dalla rivoluzione digitale. Internet ha aiutato a innovare e a rafforzare le istituzioni democratiche, senza rinnegarle né demolirle, ma stimolando lo spirito critico e il coinvolgimento della base. È dalla metà degli anni 90 che gli attivisti americani pensano a come sfruttare il digitale per dare più forza alle domande dei cittadini e più efficacia alla loro pressione sui governi, locali o nazionali. Allo stesso tempo, i leader politici democratici e quelli sindacali sono riusciti a cogliere l’opportunità del digital campaigning per ascoltare meglio i propri sostenitori, estendere il consenso, arruolare più volontari e raccogliere molti più fondi dai cittadini stessi con piccole donazioni, riducendo il condizionamento schiacciante delle grandi lobbies. Lo hanno fatto con successo i candidati John Edwards, Barack Obama e Bernie Sanders, che attraverso Internet ha mobilitato centomila volontari e raccolto oltre 200 milioni di dollari per la campagna delle primarie 2016. Infatti adoperare la tecnologia in politica non significa più solo moltiplicare i propri contatti su Facebook o Twitter, replicando lo schema di comunicazione tradizionale da uno a molti. La sfida è conoscere a fondo gli strumenti più interattivi per concepire e applicare strategie efficaci di coinvolgimento. Queste tecniche sono spesso mutuate dal marketing per gestire il rapporto di fidelizzazione con i clienti – non a caso si usano applicativi Customer Relationship Management (Crm). In politica e nel mondo delle Ong l’obiettivo è entrare nella dimensione online per riattivare quella offline, è raggiungere i cittadini attraverso lo smartphone e poi portarli a incontrarsi in una piazza, a discutere e mobilitarsi. Il pragmatismo statunitense ha visto nella Rete un’opportunità per uscire dalla crisi della partecipazione ai partiti, una via per risvegliare nelle persone la “consapevolezza politica latente” – come la chiamano i guru americani della comunicazione – in una nuova concezione di cittadinanza e di sfera pubblica.

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