C’è un sondaggio pubblicato ieri in cui il  presidente degli Stati Uniti d’America sale, per la prima volta da mesi, nel gradimento dei cittadini. La ragione, dicono in molti, è il viaggio all’estero, l’accoglienza in Arabia Saudita, quella in Israele e l’assenza di gaffe clamorose per quattro giorni consecutivi. La pacchia è finita. Nel giro di poche ore abbiamo assistito a cose molto diverse tra loro che rigettano il clima alla Casa Bianca nel caos. Alcune sono note perché riguardano il vertice Nato e quello del G7 in corso a Taormina, altre sono notizie americane. Erano tutte in qualche modo prevedibili, ma avranno lo stesso un effetto.

Elenchiamole per poi analizzarne qualcuna: Jared Kushner, il genero di Trump è anche lui coinvolto nell’inchiesta sui legami tra la campagna presidenziale e la Russia lui per incontri avuti con funzionari di Mosca; nel discorso agli alleati Nato Trump ha chiesto più soldi in maniera diretta e non ha sottolineato l’importanza dell’articolo 5 dei Trattati (vedremo avanti di che stiamo parlando); nei colloqui con gli alleati europei si è evidenziata una certa distanza sui rapporti con la Russia – con le parti invertite rispetto alla tradizione – sul Trattato di Parigi e sul commercio; poi c’è, la legge di bilancio presentata al Congresso, contiene una serie di errori di calcolo e, secondi i conti del Congressional Budget Office, ente pubblico neutrale, sarà un massacro per gli elettori che hanno votato Trump perché si sentivano lasciati da parte. A questo proposito c’è anche la notizia della Carrier, una fabbrica che nei primi giorni Trump aveva visitato e promesso che non avrebbe licenziato, che ha cominciato a mandare le lettere ai dipendenti. E siccome quella promessa il presidente l’ha fatta prima e dopo la campagna elettorale ed è uno dei suoi successi, la notizia è un disastro: l’America industriale non torna perché lo si grida più forte. Non è finita: una corte federale ha definito illegale le regole relative ai visti dai Paesi musulmani. L’amministrazione lo aveva riscritto dopo che il primo era stato giudicato incostituzionale. Lo è anche il secondo.

La vicenda del Russia gate è davvero un disastro per questa presidenza. Su Left in edicola raccontiamo la storia dei processi di impeachment, tre, cominciati, abortiti o finiti prima di cominciare, della storia Usa. Ogni giorno che passa, ma manca ancora molto per sapere se davvero sarà così, aumentano gli elementi che rendono un tentativo di impeachment per Trump possibile – ma non ancora probabile. L’indagine su suo genero, una delle figure centrali della Casa Bianca e considerato la parte razionale, presentabile della sua cerchia ristretta, è in questo senso davvero pessima. Non c’è niente contro Kushner e questi non è indagato ma coinvolto: verrà interrogato e dovrà spiegare alcuni incontri avuti nel periodo di transizione tra la presidenza Obama e quella Trump non resi noti – in un caso si tratta di un banchiere la cui banca è soggetta a sanzioni Usa per il ruolo svolto in Ucraina. Sull’indagine indipendente condotta dall’ex capo dell’Fbi Mueller le bocche degli investigatori sono cucite. Un bene: per sapere se, come e quanto ci siano state interferenze e se, poi, il presidente o altri hanno cercato di ostacolare le indagini, serve un lavoro serio e minuzioso, non titoli roboanti sui giornali.

Veniamo alla scena internazionale. Nel discorso alla Nato il presidente Usa si è lamentato in maniera poco ortodossa per un discorso celebrativo, del fatto che gli alleati non spendano in Difesa, quanto fanno gli americani e quanto concordato in sede atlantica e che tutti debbano agli Usa “una grande quantità di denaro”. Ora, nel Trattato Nato c’è scritto che i contributi finanziari all’Alleanza sono volontari. Nessuno deve nulla a nessuno, dunque. Secondo: a prescindere da quel che si pensa sull’utilità della spesa militare: tutti i Paesi nel corso degli ultimi anni la hanno tagliata, Stati Uniti compresi fino a Trump. La spesa non indica efficienza, qualità o modernità di un esercito. Esempio italiano, la maggior parte dei fondi finiscono per pagare gli stipendi di una truppa che è sovradimensionata e mobilitabile in minima parte. Poi c’è il modo: un presidente non dice queste cose in pubblico, magari batte i pugni sul tavolo, minaccia, ricatta. Un discorso così è un discorso fatto per la platea nazionale: «Visto? ci siamo fatti valere con quegli smidollati!». Il mancato richiamo all’articolo 5 – che dice che un attacco a un alleato è un attacco a tutti e che venne usato da Bush per l’Iraq – è un segnale pessimo. Di nuovo, qualsiasi cosa si pensi del Trattato Nato, è una strana sensazione quella per cui i promotori e leader dell’Alleanza non facciano i convenevoli di rito nei discorsi ufficiali ai vertici Nato.

Le proteste di Greenpeace e Oxfam sono sul clima e sono rivolte a Trump

ANSA/ANGELO CARCONI

ANSA/ANGELO CARCONI

Lo scontro con gli europei, rilevato dal capo del consiglio d’Europa Tusk, sul clima, sulla Russia e sul commercio è destinato a rinnovarsi a Taormina. L’agenda è di quelle che affrontano i grandi temi che però sono proprio quelli su cui c’è distanza tra gli Usa e gli altri 6. Per la prima volta il presidente Usa, osservato speciale di tutti, si troverà a discutere con i principali partner mondiali dei temi che ha usato per vincere la campagna elettorale. Davvero riuscirà a non dire cose vuol fare sul clima e il Trattato di Parigi? Davvero sui rifugiati non si potrà scrivere nulla nel comunicato perché le distanze – pensate alla Germania – saranno enormi? E sul commercio internazionale? E che frasi si lascerà scappare Trump, che ha definito in questi giorni di incontri- riporta Reuters – “Pessime” le politiche commerciali tedesche? Riuscirà il suo staff a limitare i danni? È possibile che, dopo Manchester, molta della discussione e del comunicato si riferirà alla lotta al terrorismo. Su quello, più o meno, tutti sono d’accordo. Ma l’Italia – e la Germania – sembrano intenzionate a sottolineare il nesso che c’è tra migrazioni internazionali, cambiamento climatico e minaccia terroristica: ovvero far riconoscere al presidente Usa che le grandi questioni globali sono interconnesse, complicate e vanno affrontate assieme. Un compito difficile per uno che pensa di poter risolvere le cose a colpi di strette di mano.

La verità è che i primi mesi di presidenza Trump, almeno in termini di politica estera, potevano essere peggiori. Il presidente non ha stracciato l’accordo con l’Iran e ha rinnovato l’alleggerimento delle sanzioni poco prima del voto presidenziale, non ha attaccato la Corea del Nord, ha tenuto toni dignitosi con la Cina, mantenuto una linea rigorosa con la Russia. La ragione, in buona parte, è la gestione della politica estera dal Segretario di Stato Tillerson – un repubblicano di destra, ma equilibrato. Al contempo, il presidente ha rimandato, non affrontato molte questioni spinose. La due giorni di Taormina è un primo, serio, banco di prova. I rapporti con i leader li dovrà gestire direttamente il presidente. Gli occhi degli altri sei saranno tutti su di lui. E la cosa potrebbe renderlo nervoso.

Commenti

commenti