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Un disco live regala l’imprevisto, racchiude l’imperfezione, costringe l’ascoltatore a un rapporto dinamico”. Queste le parole, quasi una melodia, con cui la musicista Lucia Ianniello ci presenta il suo nuovo progetto musicale: Live at Acuto Jazz, uscito il 30 giugno. Era agosto dello scorso anno, la notte delle stelle, nella chiesa di San Sebastiano ad Acuto, in occasione dell’omonimo e suggestivo festival frusinate, accompagnata dal suo quintetto (Diana Torti, voce; Andrea Polinelli, sassofono e flauto; Paolo Tombolesi, tastiere; Cristina Patrizi, basso elettrico), Ianniello si esibiva con i brani del precedente album, Maintenant. L’eccellente registrazione dell’evento ha portato l’etichetta a pubblicare questo live. Brani della stessa musicista che si alternano a quelli di Horace Tapscott e agli altri membri della P.A.P.A., acronimo della Pan Afrikan Peoples Arkestra, come Jesse Sharps, Michael Session, più un pezzo del contemporaneo Fuasi Abdul Khaliq, che il 27 agosto saranno presentati a Velletri nella rassegna Chiostro in musica; mentre il 30 agosto al Diva’s jazz, alla Casa internazionale delle Donne di Roma. Un lavoro, espressione di un rapporto, quello intenso con il gruppo, condizione imprescindibile ammette l’artista, e di un cambiamento, quello suo personale, quando anni fa ha incontrato Massimo Fagioli e l’Analisi collettiva: «Ho sentito l’esigenza di riacchiappare i suoni così ho cominciato a prendere di lezioni di canto. Man mano che andava avanti il rapporto con Massimo Fagioli, le cose mi si chiarivano, capivo come lavorare sulla voce, facendo scelte timbriche su paesaggi sonori come chi usa i pennelli. Poi mi sono innamorata degli ottoni. Massimo ha portato i suoni nella mia vita».
Potremmo dire che questo album è un’evoluzione del precedente?
A differenza del primo disco, questo va in profondità, essendo dal vivo. I brani si aprono ad ampie aree di improvvisazione collettiva nelle quali i musicisti dialogano tra loro, sperimentando e rischiando un linguaggio musicale mai scontato.
L’album, attingendo dal repertorio della P.A.P.A., è il frutto di una ricerca teorica, confluita nella tua tesi di diploma in jazz al Conservatorio.
Nel 2010 stavo cercando un argomento per la tesi e mi sono imbattuta in un’intervista fatta a Horace Tapscott, al festival Verona Jazz nel 1987. Ho scoperto un personaggio incredibile, in Italia ai più sconosciuto, di cui si parla troppo poco. Esponeva il suo concetto di musica contributiva e non competitiva; del fatto che non si può fare musica sotto il giogo del mercato, indirizzando la propria ricerca in finalità che non sono quelle della propria libera espressione. Molto spesso i contesti collettivi, sociali, soprattutto se problematici, vanno ricompattati e in questo il ruolo dell’arte, in particolare della musica, può essere risolutivo per la velocità che ha di essere veicolata tra la gente. Con queste idee, lui ha fondato la P.A.P.A., insieme ad altri artisti.
E quando hai sentito la loro musica?
L’ho trovata modernissima. Le composizioni mi hanno fatto venire i brividi, e poi le ho completamente reinterpretate, esprimendomi come sono io.
Intendere la musica che va oltre l’espressione artistica, ma ha forza di contenuto sociale, potrebbe essere una soluzione.
Le arti sono da potenziare e la musica in particolare. L’educazione musicale forma il pubblico, che all’estero è preparato perché ci sono molti luoghi dove fare musica e la gente è formata di più, senza parlare di Cuba dove c’è molta attenzione all’ educazione musicale. Da noi mancano le scuole per la formazione teorica, ma anche pratica, fin dalle scuole primarie. Nell’orizzonte delle politiche di sinistra è un tema importante…
Sì, visto che noi siamo alla ricerca di una nuova sinistra potremmo ripartire da qui. L’importanza delle arti all’interno del tessuto sociale è un bene primario, come l’acqua.

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