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Quattordici anni di carcere è la pena inflitta in Irlanda alle donne che abortiscono. Accade in un Paese dell’Europa occidentale dove l’influenza della Chiesa cattolica nelle politiche dello Stato e nella vita privata dei cittadini, è ancora molto pesante. Un Paese dove il 90 per cento delle scuole primarie è gestito dal clero. E dove il divorzio è stato approvato solo nel 1996. Un Paese dove il diritto all’aborto è ristretto a pochissimi casi, quali l’imminente pericolo di vita. E non sempre.

Esiste infatti nella Costituzione irlandese, una legge, l’ottavo emendamento, che stabilisce che il feto fin dal momento del concepimento ha gli stessi diritti della madre. Nonostante tutto, anche qui le cose stanno lentamente cambiando. Dopo il referendum del 2015 che ha approvato le unioni gay, se ne profila un altro per l’abrogazione dell’ottavo emendamento. È previsto alla fine di maggio e lo ha annunciato il 29 gennaio il primo ministro Leo Varadkar. Il referendum cade, guarda caso, a due mesi dalla visita del Papa, annunciata ma non ancora confermata per la fine di agosto. Nonostante le organizzazioni cattoliche irlandesi siano già da tempo sul piede di guerra, nonostante la durissima opposizione delle forze conservatrici, fin dal primo momento, la prospettiva di una consultazione popolare sul tema aborto, ha comunque incontrato il parere favorevole del primo ministro che ha dichiarato che «l’ottavo emendamento è troppo restrittivo e non tutela i diritti delle donne». Si voterà non solo per abolire l’ottavo emendamento ma anche per approvare la nuova legge che prevede l’interruzione della gravidanza alla 12esima settimana.

In Irlanda non si è ancora spenta l’eco della morte di Savita, la donna indiana che nel 2013 è morta di setticemia perché i sanitari si sono rifiutati di praticarle l’intervento di rimozione del feto ormai senza vita. «Siamo in un Stato cattolico» è stata la risposta dei medici alle disperate richieste della donna e del marito. «In questo Paese, ogni donna in gravidanza perde automaticamente i suoi diritti umani», così ha dichiarato senza mezzi termini, Lupe, una donna che ha rischiato di morire perché costretta a vagare da un ospedale all’altro, con dentro l’utero un feto già morto, prima di essere salvata in extremis.

La morte di Savita ha aperto la strada al consolidamento di un fronte abrogazionista denominato Repeal the Eight, guidato da Amnesty international che ha portato il caso Irlanda all’attenzione della Corte europea per i diritti umani. Un fronte piuttosto ampio a cui hanno aderito numerose organizzazioni per la tutela dei diritti delle donne. «Ci battiamo non solo per il diritto all’aborto entro la dodicesima settimana, ma perché sia garantito un accesso su basi più ampie, anche oltre questo limite», dice Linda Kavanagh, portavoce dell’Abortion rights campaign.

Ogni anno migliaia di donne irlandesi sbarcano nel Regno Unito, dove dal 1967, la legge consente l’aborto entro 24 settimane. Secondo una statistica del dipartimento della Sanità britannico si calcola che lo scorso anno, ben 3265 donne siano volate in Inghilterra e in Galles per abortire. «Il mio Paese è lieto di scaricare le sue responsabilità prima sulle spalle delle donne per poi esportarle all’estero», commenta amaramente Emma Wilson, costretta a rivolgersi a una clinica inglese, perché il feto presentava gravissime malformazioni.
Niall Behan della Irish Family planning association, parla di vera e propria «coercizione riproduttiva» ai danni delle donne irlandesi. «Ogni giorno raccolgo le voci delle donne che arrivano da ogni parte d’Irlanda. La maggior parte ha tra i 20 e i 30 anni. Sono abbandonate dallo Stato e costrette a cercare assistenza in un altro Paese, pagando alti costi fisici, emotivi e finanziari».

Non è certamente più rosea la situazione dell’Irlanda del Nord che pur facendo parte del Regno Unito, non gode degli stessi diritti in materia di interruzione di gravidanza. A dettare legge in questo caso, sono gli ultraconservatori protestanti del Democratic unionist party, il partito di maggioranza, per non parlare delle organizzazioni antiabortiste presbiteriane, come Precious life, responsabili di vere e proprie crociate culminanti in cortei con esibizioni di feti di plastica e repertorio di insulti contro le donne che abortiscono. Un primo tentativo di estendere la legge sull’aborto anche all’Irlanda del Nord, fu bloccato nel 2008 in Parlamento dalla conservatrice Harriet Harman. Anche qui, giochi politici sono stati consumati sulla pelle delle donne. Pare infatti che il governo inglese di allora abbia garantito la non estensione della legge sull’aborto in Irlanda del Nord in cambio del supporto del Democratic unionist party alle politiche di Westminster. L’aborto divide anche gli indipendentisti del Sinn Fein, partito di ispirazione cattolica ma che sta rivedendo le sue posizioni in materia, prevedendo l’interruzione di gravidanza in caso di gravi malattie, incesto, stupro e malattie mentali. Intanto le donne dell’Irlanda del Nord continuano a volare verso le cliniche inglesi, quando tutto va bene. E senza nemmeno la prospettiva di uno straccio di referendum.

L’articolo di Giulia Caruso è tratto da Left n.7 del 16 febbraio 2018


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