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Città di Kathua, in Kashmir, India del Nord. È il gennaio 2018. Asifa sta portando in giro i suoi cavalli al pascolo. Ha un vestito viola e otto anni. Un uomo la avvicina e lei lo segue tra alberi e cespugli. Poi uno stupro di gruppo. Poi un omicidio brutale. E Asifa è stata ritrovata morta nella foresta.

La società civile indiana, indignata, è tornata a riempire le strade: per chiedere ancora una volta sicurezza contro la violenza sessuale ai danni di donne e bambini e assicurare gli assassini alla giustizia. Uno dei tre sospetti dell’omicidio di Asifa è un funzionario dell’ufficio delle imposte: Sanji Ram aveva ordinato a suo nipote di rapire la bambina dalla comunità di nomadi musulmani Bakerwal a cui apparteneva, nel distretto induista di Jammu.

La bambina è stata avvicinata, drogata e rinchiusa in un tempio induista. Per quattro giorni è stata ripetutamente violentata più persone. Poi è stata strangolata e ancora violentata. Il suo cadavere è stato abbandonato poco lontano dal tempio, tra gli alberi della foresta, con il vestito sempre viola, ma anche rosso del suo sangue. Era il 17 gennaio scorso.

Le indagini dal giorno della sua morte sono andate a rilento. Anand Dutta, un membro delle forze dell’ordine indiane che si occupava del caso, ha accettato una tangente di seimila dollari per insabbiare tutto. Per eliminare le tracce degli uomini, ha lavato gli indumenti di Asifa. Tentava di cancellare le prove, ha riferito la stessa polizia in seguito. Ora è in manette insieme ad altri otto coinvolti nel crimine. Tutti i sospettati sono induisti. Ma, se una parte dell’India protesta contro di loro, un’altra parte occupa le strade per il loro rilascio.

Se a Delhi donne e uomini chiedono giustizia per la vittima, nel distretto del Kashmir la richiedono per i carnefici. I gruppi della destra induista e l’associazione degli avvocati locali, in seguito all’arresto degli accusati, – tutti membri della loro comunità –, con fuoco e bastoni, non hanno permesso che la polizia depositasse le accuse contro i sospetti, bloccando il loro ingresso alla corte.

Il conflitto nel distretto di Jammu tra induisti e musulmani va avanti da tempo, soprattutto da quando molte delle tribù musulmane sono diventate stanziali. Il funzionario Ram era contro “le colonie” dei nomadi Bakerwals a Kathua e con lo stupro voleva “mandare un messaggio” ai musulmani del territorio. Per Talib Hussain, della comunità locale islamica, «il crimine è stato pianificato per diffondere paura tra i musulmani di Kathua e farli andare via dalle loro case, in una regione prevalentemente induista; la situazione è peggiorata da quando Narendra Modi, il primo ministro indiano, ha vinto le elezioni nel 2014».

«Immaginate cosa passa per la testa di una bambina di otto anni, mentre viene drogata, tenuta prigioniera, violentata da una gang per giorni e poi uccisa. Se non chiedete giustizia per Asifa, appartenete al niente» ha detto lo scrittore e cantante Farhan Akhtar, insieme a centinaia che chiedono adesso in tutto il paese #JusticeforAsifa.

Swati Maliwal, della Delhi commission for women, è entrata in sciopero della fame per chiedere che le indagini facciano il loro corso. Rahul Gandhi, a capo principale partito di opposizione al Congresso, ha partecipato alla marcia di ieri notte nella capitale indiana, dove si reclamava no more shielding of rapist, basta protezione agli stupratori. Chi chiede giustizia per la bambina, vuole giustizia per tutte le donne uccise e violentate in India ogni giorno. Chi difende gli stupratori, fa sventolare nelle sue marce la bandiera indiana e il simbolo del partito nazionalista Bharatiya Janata.

«Lo stupro di Asifa, umanità perduta e ritrovata», titola il quotidiano Greater Kashmir, descrivendo le due nazioni scese in piazza in queste ore. L’incidente sembrava un altro «orribile ed isolato episodio di violenza sessuale in India, perpetuato ai danni di una bambina indifesa da parte di uomini brutali. Ma nei momenti che si sono susseguiti dall’omicidio di Asifa, il caso è diventato l’ultimo terreno di battaglia nella guerra di religione indiana», scrive il New York Times.

«C’è un solo motivo per cui questi uomini accusati di un crimine così macabro hanno il supporto pubblico: come la maggior parte delle persone a Kathua, sono induisti, mentre la ragazza era musulmana» ha scritto Samar Halarnkar su Scroll.in. «Ci sono, nelle vite di ogni nazione, momenti definitivi, soglie e Rubiconi attraversati, linee rosse violate, precedenti stabiliti. Uno di questi momenti avviene oggi in India nel distretto di Kathua nello stato di Jammu e Kashmir».

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