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«Mai più stranieri a casa nostra». Lo dicono i leghisti che invocano la chiusura delle frontiere, ma lo dicono anche – e in tutt’altro senso – i figli di molti immigrati residenti: quei ragazzi che nascono e crescono in Italia, si sentono cittadini, ma non sono riconosciuti tali dalle leggi dello Stato. Stranieri a casa loro, appunto.

La riforma del (cosiddetto) ius soli è naufragata con la fine della legislatura, ed è destinata a restare nei cassetti per un bel po’ di tempo. Tra le tante (e sgangherate) motivazioni che hanno spinto a non approvarla c’era il mito della «invasione delle puerpere»: l’idea per cui migliaia di donne, soprattutto africane, sarebbero venute in Italia appositamente per partorire, così da avere un figlio italiano.

L’immagine dell’«invasione» – di donne partorienti, o di nuovi cittadini di presunta origine «aliena» – non ha però alcun fondamento, ed è il prodotto di fantasie tutte ideologiche. Basta guardare i dati per capirlo. Secondo una stima della fondazione Moressa, i potenziali beneficiari della (defunta) legge sullo ius soli sarebbero stati 800mila all’inizio, e 60-70mila l’anno a regime. Tutte persone, si badi, residenti da sempre in Italia: nessun figlio di puerpera appena sbarcata, nessuna «invasione».

D’altro canto, con le norme esistenti, fondate su uno ius sanguinis molto rigido (è italiano chi discende da parenti italiani), possono prendere la cittadinanza i nipoti e i pronipoti dei nostri emigranti, anche se sono appena arrivati nel nostro Paese. Può così accadere – ed effettivamente accade – che diventi cittadino chi ha vissuto e vive da sempre all’estero, e non ha nessuna relazione con l’Italia (se non un lontano parente, magari un bisnonno mai conosciuto). Quanti sono i potenziali beneficiari di questa procedura? Una ricerca coordinata dal prof. Mario Savino parla di circa 70 milioni di persone. No, non avete letto male, e non c’è un errore di stampa: sono proprio 70 milioni, più dell’attuale popolazione italiana. Di questa potenziale “invasione” nessuno parla: ecco la natura tutta ideologica del dibattito sulla cittadinanza.

La cittadinanza, tra ideologia e “forza delle cose”.

Va detto che i dibattiti sulla nazionalità sono sempre stati “ideologici”: in questo senso, l’Italia non è un caso isolato. Molti anni fa, il sociologo Rogers Brubaker aveva ricostruito la storia della cittadinanza in due Paesi cruciali, la Francia e la Germania: e aveva scoperto…

L’articolo di Sergio Bontempelli prosegue su Left in edicola dal 17 agosto 2018


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