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«Perché non restano al loro Paese a combattere le dittature invece di scappare da noi?» Una frase che capita di sentire spesso nel mondo sovranista e nazionalista, anche in quello che si dichiara di sinistra e che dimostra una scarsa propensione per gli studi storici. Da secoli le persone che si spostano anche a causa di persecuzioni di ordine politico o di altra natura, hanno utilizzato la diaspora come strumento di resistenza per non rompere i legami con i Paesi di origine ma per provare a gettare le basi per un cambiamento, a volte anche di ordine rivoluzionario. Senza dover andare lontano si pensi ai tanti esuli italiani durante il fascismo, chi in Francia chi nell’allora Urss, che mentre cercavano di garantirsi il sostentamento ricostituivano le basi organizzative che poi sono state essenziali per la nostra Resistenza. E così come il fascismo si accaniva contro di loro, si ricordino i fratelli Rosselli, questi embrioni trovarono il modo di rientrare “clandestinamente” in patria formando anche quadri.
Spesso sono minoranze ma, invece di perpetuare con un approccio colonialista ed eurocentrico, è importante che alcune esperienze di maturità politica incontrino il sostegno e non l’ostilità di chi vorrebbe vivere in un pianeta migliore. Ne citiamo solo alcune, di cui forse non si parla abbastanza.
Molto sappiamo di coloro che fuggono da Turchia e Siria in quanto curdi. I primi a partire, già altamente politicizzati, alla volta dell’Europa, lo fecero oltre 20 anni fa. Italia, Francia e Germania sono Paesi fondamentali per questa diaspora, che ha dato vita a emittenti radiofoniche e televisive in curdo nel Nord Europa e che da noi hanno prodotto centri culturali come l’Ararat a Roma, in perenne rischio sgombero, dove si collegano ospitalità ed elaborazione politica. Svolge un ruolo importante…

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