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Alcuni dicono che non è una rivolta, ma una rivoluzione. Altri, perfidamente, parlano di una protesta dei penultimi contro gli ultimi. Altri ancora, io per primo, scomodano il populismo. La verità è che ci mancano le categorie per inquadrarli, i gilet gialli. Forse l’unico modo per capirli, ma anche per rendergli giustizia, è sperimentare con loro le nostre solite semplificazioni – destra/sinistra, alto/basso, centro/periferia – e vedere cosa ne viene fuori. Gli psicologi cognitivi le chiamano euristiche: ma semplificazioni basta e avanza. La prima semplificazione che viene in mente, in omaggio a questa rivista, è la distinzione destra/sinistra. Ma i gilet gialli rifiutano queste etichette. «Siamo francesi di destra e di sinistra che ne hanno le palle piene», dicono: e, a parte il francesismo, hanno perfettamente ragione. Del resto, anche il bersaglio della loro protesta, l’ineffabile Emmanuel Macron, sfugge a queste classificazioni: è solo un populista mancato, à la Renzi, dello stesso genere vorrei-ma-non-posso. A proposito: nei sondaggi per le europee il partito di Macron s’è ridotto al diciotto per cento, scavalcato dai populisti veri, quelli della Le Pen.
Bisogna allora ripiegare su una seconda semplificazione, quella alto/basso: i perdenti della globalizzazione contro i vincenti, il novantanove contro l’uno per cento. A questo proposito, però, devo prima fare autocritica: una specialità della sinistra vintage, del resto. In varie sedi, infatti, ho distinto cinque indici di populismo, in base ai quali è possibile classificare un movimento, quindi anche i gilet gialli, come più o meno populista: l’appello al popolo, la demonizzazione dell’establishment, la personalizzazione del leader, l’uso accorto dei media, il ricorso a slogan terra-terra.
Il problema, però, è che i gilet gialli…

 

Mauro Barberis è giurista e docente di Filosofia del diritto all’Università di Trieste, ha pubblicato una trentina di libri. Tra i quali, per il Mulino, Libertà (1999), Europa del diritto (2008) e Non c’è sicurezza senza libertà (2017).

L’articolo di Mauro Barberis prosegue su Left in edicola dal 21 dicembre 2018


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