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«Qassem Soleimani stava pianificando un attacco sanguinario nei confronti degli Stati Uniti, per questo motivo è stato ucciso». Così il presidente statunitense, a Miami per un comizio degli Evangelici per Trump, ha giustificato l’assassinio del generale iraniano. The Donald ha proseguito dicendo che gli Usa non vogliono la guerra, non vogliono cambiare i regimi, ma come presidente non vacillerà mai nel difendere la sicurezza dei cittadini americani, un monito questo a tutti i terroristi che hanno intenzione di colpire il Paese.
L’assassinio del generale Soleimani, comandante delle Quds Force (Brigate Gerusalemme) e considerato l’uomo più potente del Medio Oriente, rischia di avere gravi conseguenze sui già instabili equilibri internazionali. L’Iran ha promesso vendetta e l’Ayatollah Ali Khamenei ha detto che gli Stati Uniti devono cominciare a «preparare le bare per i (loro) soldati», una dichiarazione a cui è seguita la decisione del Pentagono di inviare altri 3500 militari nella zona.

Soleimani, uomo del regime e amico intimo di Khamenei, è stato fondamentale con le sue Brigate per sconfiggere l’Isis in Siria, e già diversi analisti ritengono che la sua uccisione possa dare nuovo slancio a un possibile ritorno in auge del Califfato. Il generale è già diventato un martire non solo in Iran, ma in tutto il Medio Oriente, dove le persone sono scese in piazza con le effigi di Soleimani. Non sono mancate nemmeno le bandiere americane date alle fiamme.

La Stars and Bangles è stata protagonista anche di un altro episodio: proprio negli istanti in cui Soleimani veniva ucciso dal missile lanciato dal drone Usa, il presidente Trump twittava la foto di una bandiera americana, senza alcun testo di accompagnamento. Twitter, una delle armi preferite di The Donald, si è però ritorto contro di lui: tra il 2011 e il 2013 aveva scritto svariati post in cui, tra le altre cose, accusava il presidente Obama di aver intenzione di scatenare una guerra con l’Iran per farsi rieleggere. Curiosa coincidenza, visto che anche Trump ora lotta per un possibile secondo mandato in vista delle elezioni che si terranno il prossimo 3 novembre. Prima, però, il tycoon ha un altro scoglio da superare: il processo di impeachment che si aprirà nei prossimi giorni al Senato. Non è la prima volta che un presidente che rischia di essere messo in stato d’accusa utilizza gli attacchi militari per distrarre l’opinione pubblica. Nell’agosto del 1998 Bill Clinton, alla sbarra per il Sexgate in cui si indagava la sua relazione con Monica Lewinsky e le bugie dette dal presidente mentre era sotto giuramento, diede l’ordine di bombardare il Sudan e l’Afghanistan. Nel primo caso, la motivazione ufficiale fu che si credeva di colpire una fabbrica in cui si produceva gas nervino per Osama bin Laden, già noto all’intelligence americana ben prima dell’11 settembre 2001.

Bisogna chiedersi, a questo punto, perché Trump abbia deciso proprio ora di dare l’ordine di agire, quando sia Bush jr che Obama avevano deciso di lasciare in vita Soleimani, seppur considerato da Usa e Israele un terrorista, per timore di una pesante escalation di violenza nel Medio Oriente, nonché di ritorsioni contro gli Stati Uniti. Alcuni analisti, tra cui quelli di The Atlantic, parlano di un effetto «wag the dog», ispirandosi al titolo del famoso film Sesso e potere di Barry Levinson. Nella pellicola, un immaginario presidente riconducibile a Clinton decide di attaccare l’Albania come diversivo per coprire uno scandalo che lo coinvolgeva a pochi giorni dalle elezioni. Secondo Nicola Pedde (direttore dell’Institute for global studies), invece, l’uccisione di Soleimani si ripercuoterà con forza contro Washington, perché ora a governare l’Iran ci sarà la parte peggiore del regime. Di certo, da Teheran arrivano già le prime minacce di ritorsione: Khamenei ha detto che le forze iraniane colpiranno quando lo riterranno più opportuno e che sono presenti in posti in cui gli Usa non immaginano nemmeno.

L’aumento della tensione preoccupa non poco il resto della politica americana. Mentre Donald Trump si vanta della giustezza della sua decisione e il segretario di Stato Pompeo definisce (erroneamente) Soleimani uno degli architetti dell’11 settembre, la speaker democratica della Camera Nancy Pelosi prende nettamente le distanze dalla decisione della Casa Bianca, affermando che questa «è un’azione di guerra. Il Congresso andava consultato» e che «la priorità dei leader Usa è difendere le vite e gli interessi degli americani, non di metterli a rischio con atti provocatori». Dura anche la reazione dei candidati Dem alle primarie: Joe Biden, ex vicepresidente di Obama, ha dichiarato che «Trump ha lanciato un candelotto di dinamite in un barile di polvere da sparo». Seguono questa linea anche gli altri candidati Dem, secondo i quali una nuova guerra sarebbe vicina e che l’essere un assassino non giustifica l’uccisione del generale iraniano.

Figura oscura, cresciuto in campagna, a vent’anni Soleimani si è unito ai pasdaran, le guardie rivoluzionarie iraniane, ha partecipato alla guerra Iran-Iraq cominciando così la sua scalata verso i vertici militari. Soleimani era più di un generale, era colui che teneva le fila dei precari equilibri in Medio Oriente. Sembrava molto plausibile l’opzione di una sua candidatura alla presidenza dell’Iran nel 2021 contro l’attuale ministro degli Esteri, il riformista Zarif. Nonostante, infatti, il generale agisse nella penombra, i suoi consensi in patria erano molto alti. La sua brutale uccisione, in seguito alla quale il suo corpo è stato riconosciuto solo grazie all’anello che portava, non farà di certo piacere a chi già odia gli Stati Uniti nell’area mediorientale. Una mossa che contraddice la volontà, tanto sbandierata dal presidente Trump, di volersi disimpegnare da tutti i teatri di guerra in cui sono coinvolti gli Usa. Presto capiremo quali saranno le conseguenze della scelta di voler soffiare sul fuoco di Teheran.

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