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Ripercorrere il lavoro del reporter da poco scomparso significa comprendere 40 anni di storia, tra interventismo Usa e ascesa dell’islamismo radicale. In Libano, Iran, Afghanistan e Iraq il suo obiettivo è sempre stato indagare sui veri interessi che scatenano conflitti

«Non ci viene davvero chiesto di combattere “il terrore mondiale”. Ci viene chiesto di combattere i nemici dell’America. Se significa catturare gli assassini dietro le atrocità di New York e Washington, pochi obietterebbero. Ma solleva una domanda sul perché quelle migliaia di innocenti sono più importanti – più meritevoli dei nostri sforzi e del nostro sangue – di altre migliaia di innocenti. E solleva una questione ancora più inquietante: se i crimini contro l’umanità commessi negli Stati Uniti l’11 settembre vadano soddisfatti con la giustizia o con assalti militari brutali volti ad allargare il potere politico americano in Medio Oriente».

sCosì scriveva Robert Fisk sul The Independent il 13 aprile 2014. Lo Stato Islamico, Frankenstein nato sulle ceneri di due Paesi falliti, Siria e Iraq, aveva già occupato l’anno prima Raqqa, città nord-orientale siriana, ma in pochi se n’erano accorti. Due mesi dopo avrebbe preso Mosul, seconda città irachena: il “califfato” diventava mostro noto a tutto il mondo. E in buona parte previsto da chi conosceva la regione, come Robert Fisk.
Corrispondente di guerra per eccellenza, Fisk ha trascorso 40 anni in giro per il Medio Oriente. Ha imparato l’arabo, ha pubblicato reportage bussole di professionalità ed etica giornalistica. Si è spento alla fine di ottobre a Dublino, tra i ricordi del suo giornale, il The Independent, di colleghi e colleghe, lettori e lettrici.

La ricerca spasmodica e curiosa di Fisk inizia nel 1976, quando si trasferisce a Beirut in una casa che manterrà fino alla morte. La guerra civile libanese era iniziata un anno prima. Da quella città, simbolo della ricchezza etnica e confessionale del Medio Oriente ma anche delle sue più cieche contraddizioni, Fisk muove i passi che lo porteranno a raccontare le tragedie di fine secolo, il massacro di Sabra e Shatila, la guerra tra Iraq e Iran, le due guerre del Golfo, l’operazione militare Usa in Afghanistan, l’ascesa di Al Qaeda e Isis, lo smantellamento di Siria e Iraq. Fu il primo a entrare nei campi profughi palestinesi di Beirut, trasformati in cimitero dai falangisti cristiani sotto gli occhi complici dell’esercito israeliano e a narrare la feroce camminata su cumuli di corpi in un reportage storico («Ce lo dissero le mosche», incipit indimenticabile). Il primo a raccontare il…

L’articolo prosegue su Left del 20-26 novembre 2020

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