È andata come doveva andare, con Mattarella nella sua versione bis che dopo il giuramento pronuncia il suo discorso al Parlamento e con uno stuolo di ipocriti che applaude festante, con la gioia di chi se l’è cavata grazie allo spessore del Presidente bis senza dover fare i conti con la mancanza di spessore proprio.

Che sarebbe finita con applausi e standing ovation avremmo potuto scriverlo giorni fa, appena i partiti hanno provato a rivenderci l’incapacità di trovare una sintesi (che è poi il senso stesso del fare politica) come una vittoria e poi addirittura si sono risentiti quando gli è stato fatto notare. «Avrebbe potuto esserci Berlusconi!» è la risposta che circola di più in certi ambienti del centrosinistra e non si rendono nemmeno conto che la modalità del “meno peggio” porta inevitabilmente al peggio, in un continuo lento scivolamento verso il basso.

55 applausi a un discorso che non hanno capito, che se l’hanno capito non hanno intenzione di attuare e che anche se avessero voglia di attuare non ne avrebbero le capacità. Forse hanno applaudito per poter dire di essere riusciti ad ascoltare perché altrimenti non si capirebbe come abbiano potuto applaudire Mattarella mentre diceva «delle urgenze – sanitaria, economica e sociale – che ci interpellano. Non possiamo permetterci ritardi, né incertezze».

Mattarella si augura «un Paese che cresca in unità. In cui le disuguaglianze – territoriali e sociali – che attraversano le nostre comunità vengano meno. Un’Italia che offra ai suoi giovani percorsi di vita nello studio e nel lavoro per garantire la coesione del nostro popolo» e quelli applaudono, mentre la disgregazione sociale (il solito trucco della guerra tra poveri) e le disuguaglianze incombono. «Le diseguaglianze non sono il prezzo da pagare alla crescita, sono piuttosto il freno di ogni prospettiva reale di crescita», dice Mattarella. E quelli applaudono.

Non devono nemmeno avere capito, i parlamentari festanti, il passaggio di Mattarella in cui si augura che «il Parlamento sia sempre posto in condizione di poterli esaminare e valutare con tempi adeguati. La forzata compressione dei tempi parlamentari rappresenta un rischio non certo minore di ingiustificate e dannose dilatazioni dei tempi». Non devono avere capito che quelle parole si riferiscono proprio ai continui decreti e alle decisioni che vengono sottoposte (come nel caso del Pnrr) al Parlamento senza nemmeno avere il tempo di approfondire. Ma quelli, intanto, applaudono.

Hanno applaudito Mattarella mentre intimava «mai più tragedie come quella del giovane Lorenzo Parelli, entrato in fabbrica per un progetto scuola-lavoro», hanno applaudito anche quelli che in tutti questi giorni hanno provato a convincerci che la morte di Lorenzo fosse un accadimento collaterale, quasi normale. Hanno applaudito Mattarella mentre definiva «doveroso ascoltare la voce degli studenti, che avvertono tutte le difficoltà del loro domani e cercano di esprimere esigenze, domande volte a superare squilibri e contraddizioni»: li hanno bastonati e applaudono.

«Dignità è non dover essere costrette a scegliere tra lavoro e maternità», dice Mattarella. E quelli applaudono. «Dignità è un Paese dove le carceri non siano sovraffollate e assicurino il reinserimento sociale dei detenuti». E quelli applaudono. Mattarella parla di mafie, di cui nessuno parla più, e quelli applaudono. Hanno applaudito Mattarella sulla riforma della giustizia, quella che non faranno mai perché non riusciranno mai a farla.

La sensazione è che Mattarella abbia in testa una Repubblica delle dignità che sarebbe bellissima ma il Parlamento abbia solo in testa di evitare di rischiare il posto o di dover prendere decisioni. Quell’applauso in fondo è il loro modo di esternare il proprio sollievo.

Buon venerdì.