La pittura, i libri e il continuo impegno politico: l’autore di “Cristo si è fermato a Eboli” si distinse sempre per una appassionata ricerca nella vita e nell’arte. Una straordinaria figura di intellettuale da riscoprire oggi, a 120 anni dalla nascita

C’è qualcosa di meravigliosamente inafferrabile nella figura di Carlo Levi, che non sta soltanto nel suo eclettismo instancabile, nel suo disinvolto spaziare dalla pittura alla poesia, dal diario di viaggio al saggio politico. Perché c’è in lui, prima ancora del talento e dell’entusiasmo, una straordinaria curiosità della vita che mai si spegnerà, neanche nei momenti più difficili e oscuri. È quella curiosità che gli fa attraversare l’esperienza del confino in Lucania come una scoperta che si snoda giorno per giorno lungo i mesi d’esilio fra i calanchi, e che la fa diventare un momento fondativo del suo impegno artistico, intellettuale e politico. Per altri che condivisero la stessa condanna da parte del regime fascista non fu affatto così: Cesare Pavese la considerava un capitolo da dimenticare, insopportabile. Per Natalia Ginzburg era stato l’approdo in un mondo ignoto e incomunicabile.

Perché il frutto di quell’esperienza per Carlo Levi non fu tanto e soltanto il suo romanzo di gran lunga più celebrato, Cristo si è fermato a Eboli, pubblicato da Einaudi nel 1945, quanto una sua visione del mondo che risente profondamente del dialogo che Levi apre sin da subito con quel territorio ai margini di ogni storia, con quella società umana che solo in apparenza non ha nulla in comune né con lui né con il resto del mondo. Il meridionalismo di Levi, infatti, che nei lunghi anni del dopoguerra fu anche militante e costruttivo, mira a rifondare non tanto il Sud d’Italia e ogni altro Sud del mondo, quanto la coscienza collettiva e la politica nazionale di tutti per ripensare equilibri, convinzioni, prospettive. Perché se c’è una cosa che arriva a comprendere, sperduto com’è nel paesello di Aliano, è che il Sud è in lui, in tutti noi. Il Sud è la condanna ma anche la vocazione a migrare, a darsi radici aeree e portar con sé il senso della terra, della casa, della nostalgia, del dolore e della forza di vincerlo.

Ma Carlo Levi non è soltanto il “Cristo” e l’esperienza del confino. A 120 anni dalla nascita, compleanno che nella tradizione ebraica è l’impossibile augurio e ricorrente nella speranza di raggiungere quella che fu l’età del “nostro maestro” Mosè, ripercorrere la figura di Carlo Levi significa innanzitutto rimediare a una sorta di incolpevole oblio collettivo ma prima ancora ritrovare un intellettuale di calibro straordinario, un uomo capace sempre di sfuggire a qualunque tentativo di…


L’articolo prosegue su Left del 4-10 febbraio 2022 

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