«Hitler era straordinario. Hitler aveva ragione e l’Olocausto non è mai successo». Queste sono alcune delle dichiarazioni che Nick Fuentes, giovane attivista e stella emergente della destra ultra radicale statunitense, ha fatto durante una diretta streaming nel suo show. Le sue parole catturano immediatamente il colore della sua ideologia: antisemitismo, negazionismo dell’Olocausto, suprematismo bianco e una visione del mondo che riporta agli anni 20 del secolo scorso. Nato il 18 agosto 1998 a La Grange Park, un sobborgo di Chicago, Illinois, è cresciuto in una famiglia cattolica con origini miste: italiane, irlandese e messicana. Fuentes non è solo un nome nell’ecosistema politico statunitense, in lui si concentra il tentativo esplicito di rendere accettabili nel dibattito interno conservatore idee che un tempo erano marginali o addirittura inaccettabili pure per la destra d’oltreoceano.
La sua intervista con Tucker Carlson - commentatore politico di Fox News e figura di riferimento per la destra e il movimento Maga - ha aperto un acceso dibattito, mettendo in luce la frattura interna tra tre aree: i conservatori tradizionali, che ne condannano l’estremismo; chi difende la libertà di parola anche per posizioni apertamente bigotte, in linea con la tradizione libertaria nordamericana; e le componenti più radicali, come i nazionalisti cristiani, che rilanciano i suoi slogan del tipo: «Dobbiamo essere di destra. Dobbiamo essere cristiani e in un certo senso, dobbiamo anche essere pro-bianchi». Ma il contesto si è ulteriormente e rapidamente modificato dopo la recente morte di Charlie Kirk, fondatore di Turning Point Usa e figura centrale per il conservatorismo giovanile. Kirk è stato ucciso a 33 anni da Tyler Robinson, un giovane di 22 anni dello Utah, in circostanze ancora tutte da chiarire. Charlie Kirk aveva spesso espresso opinioni al limite della teoria cospirazionista su immigrazione e identità nazionale.
In un intervento, Kirk disse: «La strategia del grande ricambio è in pieno svolgimento ogni singolo giorno al nostro confine meridionale». Con questa dichiarazione, si riferiva alla cosiddetta teoria del “Great Replacement”, un’idea cospirazionista secondo cui élite politiche e culturali orchestrerebbero l’immigrazione di massa per sostituire le popolazioni bianche autoctone, minacciando la loro identità culturale, politica e demografica. In due parole: sostituzione etnica. Come riportato dal Washington Post e dall’Encyclopedia Britannica, sebbene la teoria non abbia basi fattuali, Kirk l’aveva utilizzata per costruire un senso di urgenza e per legittimare politiche restrittive sull’immigrazione, presentandola come una minaccia concreta alla sopravvivenza della civiltà statunitense tradizionale. In questo modo, le sue dichiarazioni non restavano solo una retorica politica, ma contribuivano a diffondere e normalizzare narrative cospirazioniste tra giovani conservatori e seguaci di Turning Point Usa. Parallelamente, Per continuare la lettura dell'articolo abbonati alla rivistaQuesto articolo è riservato agli abbonati
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