Il “decreto sicurezza” è stato sempre presentato dal governo Meloni come una “risposta forte” ai problemi del Paese. Ma chi guarda la realtà senza filtri propagandistici capisce che non nasce da un’urgenza reale, bensì dall’esigenza politica del governo di mostrarsi muscolare. Non c’era alcuna emergenza tale da giustificare un decreto: nessuna ondata di violenza straordinaria o minaccia improvvisa, nessun allarme che imponesse di scavalcare il Parlamento. C’era solo la necessità di costruire l’immagine di un potere che “ristabilisce l’ordine” colpendo chi vive in occupazioni, chi scende in piazza, chi difende diritti e dignità. Al contempo, si rafforza enormemente il potere esecutivo, soprattutto in tema di ordine pubblico. La destra mostra la sua natura reattiva verso ogni forma di dissenso organizzato e ripropone una visione gerarchica della vita sociale: libertà come concessioni, non diritti. L’obiettivo non è solo colpire gli ultimi, ma produrre una società silenziata, timorosa, facilmente controllabile.
Un testo omnibus che colpisce i più fragili La legge 80/2025 accorpa norme eterogenee - sgomberi, reati contro pubblici ufficiali, proteste, carcere, immigrazione - in un miscuglio che ha un solo scopo: ridurre gli spazi di libertà colpendo chi vive nelle fratture sociali del Paese. È un testo omnibus pensato per limitare il dissenso, travestito da tutela della sicurezza. Uno dei punti più duri è l’attacco alle occupazioni abitative: sgomberi e sfratti rapidissimi, pene più alte per chi resiste, nessuna distinzione tra nuclei familiari, lavoratori poveri o studenti. Si vuole cancellare ogni forma di autorganizzazione degli spazi abbandonati e riconsegnarli al mercato immobiliare. Il decreto colpisce anche la protesta: blocchi stradali, picchetti, cortei spontanei e perfino resistenze passive in carcere vengono trattati come minacce gravi. Si punisce qualsiasi forma di conflitto sociale capace di incidere davvero. Il governo vuole piazze quiete, non partecipate. Dall’entrata in vigore, gli sgomberi sono aumentati e si sono velocizzati. Quartieri popolari, edifici occupati, spazi sociali e sfratti a famiglie senza alternative sono trattati come problemi di ordine pubblico. L’intervento è rapido, spesso violento, e quasi mai accompagnato da soluzioni abitative. Il messaggio è chiaro: prima sgomberiamo, poi - forse - ci occuperemo delle persone.
Il paradosso delle recenti mobilitazioni
Negli ultimi mesi si è aperto un paradosso evidente. Lo Stato ha applicato per anni con rigore l’intero arsenale dei pacchetti sicurezza, restringendo lo spazio pubblico fino a trasformare il conflitto sociale in un problema da neutralizzare. Eppure, mentre crescono le mobilitazioni contro il genocidio in Palestina, lo scenario sembra cambiato. Cortei non preavvisati, occupazioni universitarie, blocchi di stazioni e porti riescono a imporsi nonostante cariche e violenze poliziesche (a Bologna, il 2 ottobre scorso, una ragazza ha perso un occhio per un Per continuare la lettura dell'articolo abbonati alla rivistaQuesto articolo è riservato agli abbonati
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