«Quando lo staffiere mi ha aperto la portiera e ho appoggiato la scarpetta sul predellino, il mormorio si è spento bruscamente, e sul cantiere è sceso un silenzio sconcertato. I muratori non mi avevano ancora mai vista. Circolavano le ipotesi più strampalate sul mio conto. La sola parola architettrice li faceva sognare. Sorridevo al pensiero che mi credessero giovane e bella. Il velo che mi copriva il viso ha impedito loro di verificarlo. Possiamo cominciare, signora? Mi ha chiesto il capo cantiere, avvicinandosi. Aspettiamo forse un altro architetto, Mastro Beragiola? Ho risposto, col tono fatuo che ho sempre dovuto usare con lui... Si è stupito che fossi io a porgergli la prima pietra: il rito prevede che sia l’architetto del futuro edificio. L’abate non doveva avergli parlato di me». Così Plautilla, la nostra progenitrice che la scrittrice Melania Mazzucco ci ha fatto conoscere e amare con il suo romanzo L’architettrice (Einaudi), descrive il suo arrivo e poi l’inizio dei lavori nel luogo dove si sarebbe realizzato il suo progetto detto il Vascello.
Chi di noi, signore architette, leggendo queste righe non ha ricordato un suo vissuto? Simile, o uguale, o assimilabile, nel senso e nel significato. Perché la donna sarebbe il sesso debole e la cultura ha costruito, su una diversità meramente biologica, un ordine sociale e dei confini (quasi) invalicabili anche se assolutamente fittizi; delle gerarchie (quasi) inviolabili.
È del gennaio 2001 una puntata della trasmissione Rai1 mattina dedicata a “Professioni: le donne come gli uomini”, alla quale a una donna architetto fu richiesto di partecipare. Invitate: una pilota di linea, una autista di autobus e una architetta, direttore di cantieri. Evidentemente era quella l’attività che più colpiva i conduttori e ideatori della trasmissione; interessava la gerarchia, la dinamica di rapporto tra chi comandava e chi eseguiva. «Architetto... mi corregga se sbaglio... direttore di cantiere vuol dire che sotto di lei ci sono anche cento uomini?». E ancora «Avere un capo donna crea ancora oggi dei disagi? Ci sono dei momenti di scontro?». E ancora: «Il suo è un lavoro con scadenze e ritmi lavorativi molto serrati. Si riesce a trovare un equilibrio con le esigenze della famiglia?».
Insomma, secondo il pensiero comune, la donna che comanda deve incontrare necessariamente difficoltà e di conseguenza viene meno al suo ruolo storico e biologico: accudire la famiglia. La trasmissione, in diretta, vide un confronto verbale tra la conduttrice e l’architetta. La prima cercava di evidenziare problemi e ottenere lamentele, notizie che “bucassero” lo schermo, la seconda resisteva parlando di Per continuare la lettura dell'articolo abbonati alla rivistaQuesto articolo è riservato agli abbonati
Se sei già abbonato effettua il login




