È da qualche anno che ci siamo abituati a considerare gli Stati Uniti, e in generale tutto l’Occidente, ormai prossimi alla fine. A prescindere da che cosa si intenda per Occidente (ognuno ne custodisce una propria versione personale), secondo tale tesi la supremazia globale sarebbe sul punto di passare dagli Usa e alleati a qualche altro attore localizzabile in un punto indefinito tra Pechino e Nuova Delhi. E assolutamente non trascurabili sono le motivazioni addotte a favore del Secolo Asiatico. In primis la demografia, che fa del continente asiatico il contenitore di oltre la metà degli esseri umani a oggi viventi. Poi il trend di sviluppo economico che negli ultimi decenni ha prodotto risultati incredibili. Ma non è tutto, la crisi economica del 2008, nata negli Stati Uniti e propagatasi ai Paesi europei, ha mostrato le debolezze dell’Occidente e di quanto gli è più caro: il sistema capitalistico. La guerra in Ucraina non avrebbe fatto altro che mettere in luce le divisioni che lacerano i due Occidenti, quello americano e quello europeo. Inoltre, il più o meno tacito sostegno occidentale a Israele nel corso della sua offensiva contro Hamas avrebbe posto su europei e americani un indelebile marchio di infamia e facilitato la diagnosi di coloro che intravvedono un avanzato stadio di demenza senile nei gangli del comando del numero uno: fisiologico preludio di morte. Tuttavia, benché ragionevoli siano le motivazioni che spingono a dichiarare la fine dell’egemonia americana, troppo spesso si rivelano affrettate. Il punto è che si tende a osservare la scacchiera delle relazioni globali considerando solo ciò che avviene sull’elemento terrestre. Trascurando il fatto che è su un altro elemento naturale che si decide il nostro destino: il mare.
Correva l’anno 1942, e un Carl Schmitt isolato nella Berlino in guerra dedica a sua figlia Anima un breve saggio intitolato Terra e mare. Una riflessione sulla storia del mondo. Si tratta di una delle opere più celebri scritte da uno dei più controversi filosofi del XX secolo. La fama di Schmitt, illustre giurista e fiero sostenitore di Hitler sin dagli albori del nazismo, verrà consegnata all’oblio dopo la disfatta del terzo Reich, per poi venire inaspettatamente riesumata negli anni 90 da quel filone di estrema sinistra che all’epoca si dichiarava “no global”. Niente di cui preoccuparsi: tutta l’analisi dello spazio di Schmitt è una malcelata invettiva contro coloro che del mondo hanno un’immagine perfettamente globale, universale e priva di confini (in primis Regno Unito e Usa). Senza troppo dilungarci sul pensiero di Schmitt, quello che qui rileva è una frase presente in Terra e mare che suona più o meno così: l’uomo è abituato a guardare il mare dalla terra, molto
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