Al Centro Pecci di Prato un Ghirri sorprendente e rigoroso: tra il 1979 e il 1983 la fotografia istantanea diventa per lui strumento critico per indagare memoria, paesaggio e natura dell’immagine

La mostra Luigi Ghirri. Polaroid ’79 -’83, al Centro Pecci di Prato (fino al 10 maggio), curata da Stefano Collicelli Cagol e Chiara Agradi, presenta una vasta selezione di foto scattate da Ghirri fra la fine degli anni Settanta e i primi anni Ottanta. In quegli anni la Polaroid fornì all’artista pellicole e macchine, incoraggiandolo all’utilizzo dell’istantanea. Quella fase culminò con l’invito dell’artista ad Amsterdam, tra il 1980 e il 1981, per sperimentare la Polaroid 20x24 instant land camera, in grado di produrre scatti extra large in poco più di un minuto. La mostra rivela quindi un Ghirri inedito, in bilico tra il controllo rigoroso del decennio precedente e la nuova, intrigante, aleatorietà offerta dalla fotografia istantanea.

La sua nota cifra stilistica si colloca magistralmente tra l’uso concettuale del medium e la costruzione di un’immagine capace di suscitare immediata empatia, intessuta di oggetti portatori di memorie, della complessa stratificazione del paesaggio italiano e delle persone che lo abitano. Questa scelta di soggetti familiari genera un senso di riconoscibilità, offrendo al fruitore elementi in cui potersi rispecchiare nel mondo da lui raccontato. Tuttavia, tale familiarità convive con una postura analitica.

La sua opera non è mera documentazione, ma pone domande fondamentali, non solo sulla tecnica fotografica stessa bensì, più alla radice, sulla costruzione dell’immagine, relative alla convivenza in essa di temporalità diverse all’interno dello scatto e della composizione che, simultaneamente, esclude e include in un processo di sdoppiamento della realtà insito nel processo fotografico, svelando all’occhio dello spettatore ciò che è invisibile o sconosciuto pur essendo sotto gli occhi di tutti ogni giorno. Le polaroid, in particolare, esaltano questo aspetto. Infatti la necessità di ricreare il suo mondo di oggetti e stratificazioni di memoria lontano dalla sua Emilia (ad esempio, disponendo oggetti selezionati e portati dall’Italia in Olanda davanti all’apparecchio) si dimostra congeniale al lavoro di ricostruzione e scomposizione del reale. La rapidità dello sviluppo istantaneo non è fine a sé stessa, ma diventa strumento per un’analisi dell’immagine,

Il cuore della poetica di Ghirri, evidente in questo corpus di polaroid, risiede nella sua capacità di «idealizzare la realtà in maniera classica, mostrando cose classiche in maniera non classica». La “classicità” in Ghirri non si manifesta nel soggetto monumentale o nell’archetipo storico, ma nell’armonia cromatica, nell’immobilità ordinata e silenziosa e nella ricerca di un ordine compositivo applicato a un universo visivo “minore” e quasi evanescente.

In un’Italia

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