La situazione nelle acque del Mare cinese orientale è nuovamente critica dal punto di vista diplomatico e di sicurezza a causa dell’improvvido comportamento del governo nazionalista del Giappone e dell’aggressività di Trump e della sua amministrazione. Il colpo di scena dell’attacco statunitense al Venezuela ha peraltro fornito un probabile, disastroso, punto di svolta per l’intera questione. La cessione di armamento annunciata in dicembre dagli Usa a Taiwan e l’accordo sulla cooperazione nelle tecnologie avanzate (annunciato a metà gennaio) sono poi il contesto nel quale un’azione di occupazione dell’isola da parte della Cina potrebbe trovare la sua collocazione. La vicenda di Taiwan, annosa e profondamente dibattuta, ha superato ormai quattro importanti crisi e una serie innumerevole di innalzamenti di tensione che minano di fatto la sicurezza del Pacifico.
La prima crisi fu quella decisiva a imporre il passo che avrebbe accompagnato la questione fino ad oggi: gli Stati uniti, a seguito di questa, con un atto di decisa ingerenza, promossero nel 1954 una cooperazione difensiva con il governo dell’isola. Taiwan, che il governo cinese considera tutt’oggi provincia ribelle, apparteneva alla Cina già prima del 1895 (a seguito della guerra sino-giapponese l’isola fu poi ceduta al Giappone che la mantenne sino al termine della Seconda guerra mondiale) e fu infine occupata dal governo nazionalista vinto da Mao Zedong. Jiang Jieshi (Chiang Kai-shek) dopo le devastanti sconfitte del 1949 si diede alla fuga per salvare la sua pelle e quella dei funzionari a lui più vicini (compreso il figlio) e abbandonò il continente in mano alle Armate del Partito comunista cinese, riparando nell’isola. La soluzione Per continuare la lettura dell'articolo abbonati alla rivistaQuesto articolo è riservato agli abbonati
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