Loriano Macchiavelli ripubblica il suo testo del ’72 sulla Palestina e accusa: il “cessate il fuoco” di Trump è un diversivo, l’Occidente mercifica la morte. L’unica rivoluzione possibile è quella culturale

A Gaza si continua a morire di stenti e di schegge, e l’acclamato “cessate il fuoco” si riduce a una diversivo mediatico, a una formula inconsistente con continue eccezioni armate. D’altronde, sulla superficie dell’Occidente tutto si conferma mercificabile, vendibile, fonte di guadagno, coefficiente attivo di un prodotto interno lordo inesauribile. Non è sufficiente che si accumuli sofferenza, vendere si dimostra un modo per normalizzare il trapasso altrui. Mentre avanza il progetto neocoloniale denominato Board of peace permangono la distruzione e la polvere venefica che alza ogni forma di disprezzo per l’altro da sé, mossa da qualsivoglia tipologia di diversità. Il termine genocidio, coraggiosamente, segna con il nero delle parole che non lasciano scampo anche la riedizione di Voglio dirvi di un popolo che sfida la morte, firmata da Loriano Macchiavelli per la Carmelina edizioni: «quando l’ultimo palestinese sarà stato sterminato, si sarà compiuto un altro genocidio, uno dei tanti che costellano la vita dell’essere umano», afferma lapidario nella premessa. Lo scrittore emiliano ha deciso di ridare alle stampe un suo pamphlet teatrale tristemente profetico, datato 1972 e oggi accompagnato dagli interventi di Franco Ferioli e Giorgia Pizzirani, facendo subito trasparire la consapevolezza acquisita: ciò che oltre un trentennio fa veniva denunciato quale violenza sistemica, oggi può essere nominato - senza metafora - come “genocidio”. Quando Macchiavelli lo compose, si muoveva dentro un orizzonte politico preciso, tra la stagione post Sessantotto e l’anti-imperialismo internazionale, tra l’idealizzazione del “popolo” quale soggetto rivoluzionario e la lettura marxista dei conflitti globali. Il testo era nato dichiaratamente «come documento» e non come invenzione poetica, volendo dare un minimo di informazione sulla tragedia che si stava consumando a quelle latitudini, dove la stampa italiana mostrava scarsa attenzione. L’autore costruiva un impianto narrativo basato su due poli, da un lato il progetto coloniale di Israele e dall’altro lo spazio espropriato e umiliato della Palestina; una struttura dicotomica che rifletteva la grammatica politica degli anni Settanta, polarizzata nella forma e nel lessico dalla guerra fredda, al contempo datata e attuale. Attuale se ci si focalizza nella scelta di certe espressioni, così “punizione collettiva”, “demolizione”, “casa distrutta”, “permesso di lavoro ritirato”, che risuonano nei rapporti delle Ong su Gaza e Cisgiordania.

Macchiavelli, nel testo reputava la questione palestinese un esempio di colonialismo moderno. Tale definizione è ancora valida o la realtà è più complessa e controversa?

Non vale più la pena di parlare di moderno. Si parla di colonialismo e basta. Siamo tutti una colonia dei poteri che si nascondono dietro agli eventi. Si sono estinti i Mussolini che auspicavano a un impero: tutto è una conquista finanziaria

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