«Gaza è una domanda a cui il mondo deve imparare a rispondere» Nabil Bey Salameh
Come si può raccontare ciò che non è ancora diventato memoria, dare forma a un’esperienza nel momento stesso in cui accade? È una domanda che accompagna ogni letteratura della testimonianza, ma che a Gaza assume una forma radicalmente diversa: qui la scrittura nasce dentro la catastrofe, quando il senso del tempo si smarrisce, il futuro si restringe fino quasi a scomparire e resta l’istante, l’unico tempo ancora abitabile. È nell’istante che si cerca di sopravvivere alla perdita della libertà, della speranza, della tenerezza, della sicurezza; ed è all’istante che la scrittura affida il proprio grido estremo. La storica Annette Wieviorka ha chiamato «era del testimone» il tempo in cui la parola dei sopravvissuti trova, spesso decenni dopo, ascolto e legittimità. Ma se quell’era continua a interrogarci, è perché non riguarda solo la Shoah, ma riguarda il modo in cui affidiamo al testimone, non alla cronaca o alle cifre, il compito di restituirci la misura concreta di un orrore che, osservato da lontano, rischia di trasformare nomi e volti in numeri.
Nella letteratura della catastrofe, tra l’esperienza e il racconto esiste spesso una distanza. Primo Levi scrive dopo Auschwitz, Vasilij Grossman dopo Stalingrado, Varlam Šalamov dopo gli anni nei lager della Kolyma, W. G. Sebald dopo la distruzione dell’Europa; Svetlana Aleksievič, ne Gli ultimi testimoni (Bompiani) raccoglie a distanza di anni le voci di bambini e ragazzi che hanno vissuto la guerra e l’occupazione nazista in Bielorussia. È precisamente questa distanza che Ogni istante è una vita. Racconti da Gaza al tempo del genocidio (Fazi Editore), curato dalla scrittrice palestinese Susan Abulhawa, autrice di Ogni mattina a Jenin, mette in discussione. I diciotto Per continuare la lettura dell'articolo abbonati alla rivistaQuesto articolo è riservato agli abbonati
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