La giornalista Francesca Mannocchi parla del pensiero sotteso al suo nuovo libro: «La ricerca di un linguaggio capace di raccontare la violenza dei conflitti moderni senza riprodurne gli automatismi, le menzogne o la banalizzazione mediatica»

Francesca Mannocchi, giornalista, scrittrice e regista, vincitrice del David di Donatello per Lirica Ucraina, è una delle narratrici più coraggiose del nostro tempo. Attraverso i suoi reportage dai fronti più caldi del pianeta - dalla Libia all’Afghanistan, dall’Ucraina alla Striscia di Gaza e al Libano - ha raccontato guerre, crisi e vite segnate dai conflitti.

Con il suo nuovo libro, Crescere, la guerra (Einaudi), composto da undici testi in versi, accompagnati da un prologo e un epilogo, Mannocchi prova a riscrivere il significato delle parole che abitano i conflitti del nostro tempo: parole spesso consumate e svuotate dall’uso, alle quali restituisce pienezza attraverso i sentimenti e l’esperienza umana. Ospite dell’ultima edizione del Marina café noir, lo storico festival cagliaritano di letterature applicate, la reporter ha commosso e fatto riflettere il pubblico, interrogandoci anche sul nostro ruolo di spettatori sempre più assuefatti, spenti e inermi di fronte alla scena mondiale.

Prima di parlare del tuo libro è necessario fare un punto: come oggi si racconta la guerra?

Partirei dalla Striscia di Gaza. Dall’inizio dell’offensiva militare israeliana, per i giornalisti stranieri entrare a Gaza è stato possibile soltanto in rarissime occasioni e in forma embedded, cioè al seguito e sotto la protezione delle forze armate israeliane. Di per sé non è una condizione eccezionale: è accaduto anche durante le operazioni contro l’Isis e accade tuttora su molti fronti della guerra in Ucraina, dove per ragioni di sicurezza determinate aree possono essere raggiunte solo insieme alle

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