Con Safaa e la tenda, curato da Pat Carra, l’artista palestinese Safaa Odah racconta il genocidio e la pulizia etnica : la fame, lo sfollamento, il corpo che diventa estraneo, la dignità calpestata. Ma ai disegni di morte oppone i colori caldi della vita, trasformando l’arte in testimonianza e resistenza

Safa e la tenda, a cura di Pat Carra (Fandango libri, 2026) è, in qualche modo, la versione a fumetti di Diario da Gaza di Qudaih Wi’am (Tangeri), che a sua volta richiama, in maniera quasi sconcertante, il diario di Anne Frank, creando una tragica linea di continuità nella storia dei genocidi.

Il fumetto ricorda anche il lavoro di Mohammad Sabaaneh, 30 seconds from Gaza, che racconta anch’egli il genocidio palestinese, ma con un tratto profondamente diverso. Sabaaneh utilizza colori cupi, neri, quasi soffocanti, che restituiscono il peso della morte e dell’orrore in corso. Safaa Odah, invece, pur rappresentando traumi indicibili, mantiene un tratto più pieno, più caldo, quasi inaspettato nella sua delicatezza. Anche la palette cromatica sembra opporsi alla disumanizzazione: si appoggia infatti a colori caldi che richiamano la vita.

Il libro di Safaa racconta la materialità del genocidio, così come il diario di Wi’am: la fame, la polvere, le pulci, la perdita della quotidianità, il corpo che cambia sotto il peso dello sfollamento e delle espulsioni continue. Questa stessa materialità è stata raccontata oralmente anche da Aya Ashour, giornalista de Il Fatto quotidiano, riuscita a raggiungere l’Italia alla fine del 2024. La vignetta dello specchio a pagina 103 restituisce esattamente ciò che Aya descriveva nei suoi articoli: l’impossibilità di riconoscersi dopo un anno vissuto in una tenda, dopo le fughe continue, dopo

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