Le elezioni di metà mandato negli Usa sono alle porte. La crescita della nuova sinistra scuote i Democratici, i Repubblicani puntano sulla paura del socialismo e Trump sfida anche le regole elettorali. Ma il vero terreno di scontro è il costo della vita

ll 3 novembre gli americani tornano alle urne per le elezioni di midterm. Saranno rinnovati tutti i 435 seggi della Camera e un terzo del Senato. Ma la partita non riguarda soltanto chi controllerà il Congresso. Dentro il Partito democratico è in corso una discussione su che cosa debba essere il partito dopo la prima metà del secondo mandato di Trump e su come tornare a parlare a un’America che negli ultimi anni ha smesso di considerarlo il proprio naturale rappresentante. La novità più evidente è l’avanzata della sinistra democratica nelle primarie. Zohran Mamdani è stato il caso più spettacolare, ma non l’unico: in Michigan Abdul El-Sayed ha conquistato la nomination democratica per il Senato, mentre altri candidati progressisti o sostenuti dai Dsa (Democratic socialists of America) hanno ottenuto risultati importanti.

Non tutti sono «socialisti»

Per capire che cosa accade bisogna evitare una delle semplificazioni preferite dalla campagna repubblicana: chiamare «socialista» l’intero Partito democratico. Al suo interno convivono almeno quattro aree: socialisti democratici, progressisti, liberal e centristi.

I socialisti democratici rappresentano il punto più a sinistra: Bernie Sanders, Alexandria Ocasio-Cortez e Mamdani sono fra i nomi più noti. Ma democratic socialist è un’identità politica, mentre la Dsa, è un’organizzazione precisa: le due cose

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