Una donna, un café di frontiera e il diritto di scegliere per sé. Café Transit racconta come l’autonomia femminile possa incrinare un ordine sociale fondato su controllo, obbedienza e vergogna.

In giorni in cui dell’Iran si parla quasi esclusivamente attraverso il lessico della guerra, è tanto più necessario tornare alle voci della sua società civile, alla cultura, agli intellettuali e agli artisti che da anni interrogano il presente e immaginano forme diverse di libertà e autodeterminazione. Cinema e letteratura hanno spesso dato forma simbolica ai desideri di trasformazione della società iraniana.

In questo orizzonte, le figure femminili assumono un ruolo decisivo: soggettività capaci di incrinare l’ordine esistente e indicare altri modi di abitare lo spazio sociale. È il caso di Café Transit di Kambuzia Partovi, film del 2005, candidato iraniano nel 2007 all’Oscar come miglior film straniero. Partovi, che poi collaborò anche con Jafar Panahi, appartiene a una generazione di cineasti iraniani di vasta risonanza internazionale.

Café Transit si inscrive in questa tradizione: tensione sociale, conflitto con le norme e ricerca di libertà si condensano nella vicenda di Reyhan, una vedova che, in una piccola città di frontiera, decide di riaprire il café del marito morto e di gestirlo da sola.

La geografia del confine è il primo elemento strutturale del film. Il locale sorge in una zona di passaggio tra Iran e Turchia, protesa verso il Mediterraneo. Ma il confine non è soltanto geografico: vi si confrontano memorie, appartenenze, traumi, codici culturali e aspettative sociali. Il café diventa così uno

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