Flavia e il compagno hanno due contratti a tempo indeterminato e sono in regola con l’affitto. Eppure stanno per essere sfrattati. È la storia di due trentenni che racconta un Paese dove il diritto all’abitare non si conquista più con il lavoro: si eredita o si perde

Qui in Italia mi sento un numero. Se non vai bene, ti scartano.» A dirlo è Flavia, 29 anni, commessa, che intanto studia per diventare tecnica di radiologia. Lei e il suo compagno, 32 anni, barbiere, tra poco saranno sfrattati. Eppure hanno due lavori a tempo indeterminato e sono in regola con l’affitto che pagano in anticipo.

«La casa è il centro del mondo» ha scritto il critico d’arte inglese John Berger in E i nostri volti, amore mio, leggeri come foto. Senza quel centro, aggiungeva, la vita si frantuma. La storia di Flavia racconta questa frammentazione e una contraddizione che riguarda ormai un’intera generazione: in Italia si può avere un lavoro stabile, anche due, e non riuscire lo stesso a tenersi una casa. Secondo Eurostat, nel 2025 i giovani italiani hanno lasciato la famiglia in media a 30,2 anni: quasi quattro più tardi della media europea, ferma a 26,3, e sei più tardi dei coetanei di Francia e Germania, che escono di casa intorno ai ventiquattro. Flavia e il compagno, prima del Covid, vivevano a Londra; lei è dovuta tornare per problemi di salute. «Se potessimo, scapperemmo domani da questo Paese», dice. Il problema, nel Bel Paese, infatti comincia dalla busta paga, leggera a vent’anni e destinata a restare tale a lungo. Nel 2022, dice l’Istat, chi aveva meno di trent’anni guadagnava all’ora il 36,4 per cento in meno di chi ne aveva più di cinquanta: il divario colpisce proprio nell’età in cui si dovrebbe uscire dal nido. «Guadagniamo 2.500 euro al mese in due», racconta Flavia. «Lavoro e studio per cambiare la mia vita, ma delle volte mi sembra tutto inutile.» Intanto la povertà

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