Diversi medici sono accusati dalla procura di Ravenna di aver ostacolato, nell'esercizio delle proprie funzioni, i rimpatri di persone stranire. E il Viminale ne approfitta per comprimere ulteriormente con nuove regole i diritti delle persone trattenute nei Cpr

Permanenza, trattenimento, detenzione amministrativa: questo è l’ipocrita lessico burocratico con cui si definisce eufemisticamente la privazione della libertà delle persone migranti.

I Cpr (centri di permanenza per i rimpatri) italiani sono una decina: magazzini dove vengono stipate le persone, in attesa di essere rimpatriate, dopo avere ricevuto un decreto di espulsione dal territorio nazionale, per le ragioni più varie, dalla perdita del lavoro e quindi del permesso di soggiorno al diniego di riconoscimento della protezione internazionale, alla pericolosità sociale e alla presenza di reati ostativi alla permanenza in Italia. Il secondo rapporto di monitoraggio pubblicato il 21 gennaio 2026 dal Tavolo Asilo e Immigrazione (rete della società civile impegnata nella tutela dei diritti delle persone migranti, rifugiate e richiedenti asilo, di cui fanno parte, tra le altre, Asgi, Arci, Caritas e Amnesty international Italia) ha confermato che i Cpr sono istituzioni totali in cui si assiste alla spersonalizzazione e all’isolamento strutturale dei reclusi, alla privazione della loro dignità, all’assenza di cure e di assistenza per i soggetti fragili o malati. La perdita della regolarità del soggiorno, nella maggior parte dei casi, dipende dalle strettoie burocratiche e dagli ostacoli della legislazione e delle prassi amministrative, non da comportamenti devianti delle persone di origine straniera. I Cpr sono carceri su base razziale: vengono private della libertà personale (“detenute”, anche se il legislatore preferisce nascondersi dietro la parola “trattenute”) persone che versano in condizione di soggiorno irregolare, in attesa dell’espulsione. È in questo sistema che si inserisce l’inchiesta della procura di Ravenna, che vede indagati più di venti medici. L’ipotesi accusatoria è falso ideologico continuato e interruzione di pubblico servizio. Partita da Ravenna, l’indagine si è estesa a Rimini, Bologna, Forlì, Cesena, Ferrara, Roma, Matera, Biella, Livorno e Bari.

Ma si è arrivati persino a ipotizzare l’associazione a delinquere. In un’intercettazione pubblicata

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