Nei primi giorni di febbraio, forze governative hanno preso il controllo di Qamishli e Hasaka nella Siria nord-orientale, ponendo fine a quasi quattordici anni di governo autonomo curdo. La caduta delle due principali città curde della Siria è il risultato di un accordo, raggiunto il 30 gennaio scorso, tra il governo di Damasco e l’Amministrazione autonoma della Siria del Nord-Est, l’entità politica creata nella regione nel contesto della guerra civile e conosciuta nel mondo col nome curdo di “Rojava”.
Un accordo che assomiglia molto ad una resa, che prevede lo smantellamento delle istituzioni regionali e dell’esercito che le difendeva, ovvero le Forze democratiche siriane, e che è stato imposto dalla fine del sostegno statunitense che ne garantiva la sopravvivenza. L’esperienza dell’autonomia nel Rojava è stata per oltre un decennio un esperimento politico basato sulla democrazia partecipativa, la decentralizzazione e la liberazione femminile, in netto contrasto con l’autoritarismo e il settarismo che caratterizzano i regimi del Medio Oriente. Un progetto di coesistenza democratica tra gruppi etnici e religiosi che nasceva dall’elaborazione politica del movimento curdo transnazionale negli ultimi trent’anni come alternativa allo stato-nazione e per queste ragioni osteggiato da tutte le potenze regionali.
La durissima guerra combattuta dalle forze dell’amministrazione autonoma contro Isis, l’eroica difesa di Kobane nell’autunno del 2014 e il ruolo centrale delle unità di donne combattenti hanno generato grandi manifestazioni di solidarietà a livello globale, ma non sono servite a sostenere i Curdi siriani dall’assalto del nuovo regime siriano di Ahmed al-Sharaa.
Questi tragici sviluppi potevano probabilmente essere evitati da una campagna di pressione diplomatica e una minaccia di sanzioni da parte dell’Europa, che proprio negli stessi giorni si prodigava nel mostrare il suo sostegno alle proteste in Iran ma restava in silenzio sugli eventi in Kurdistan. Resta però da chiedersi quali sarebbero state le prospettive di sopravvivenza sul lungo periodo di una realtà democratica e femminista a guida curda, schiacciata tra la Turchia di Erdoğan e il regime siriano e priva ormai di ogni valore strategico per l’Occidente. Oltre alle manifestazioni di sostegno e solidarietà dal basso che continuano a moltiplicarsi in Italia e in Europa, la caduta del Rojava autonomo ci costringe a una serie di importanti riflessioni sulla Per continuare la lettura dell'articolo abbonati alla rivistaQuesto articolo è riservato agli abbonati
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